Ven. Mag 1st, 2026

Primo maggio: quale lavoro?

Precarietà, salari fermi e instabilità globale: il lavoro tra numeri e realtà

IN PUNTA DI PENNA – Riflessioni sul nostro tempo
a cura di Antonello Rivano


Primo Maggio: quale lavoro?

C’è una retorica che torna puntuale ogni anno, insieme alle piazze e ai discorsi ufficiali: quella dei numeri. Gli occupati aumentano, si dice. Il lavoro cresce. Il Paese tiene.
Ma sotto questa superficie ordinata, la realtà è più complessa. E meno rassicurante.

Perché oggi la domanda non è più soltanto quanti lavorano.
La domanda è: come si lavora.

Il lavoro che cresce è spesso precario, intermittente, sottopagato. È un lavoro che non costruisce futuro ma lo rinvia, che non consolida ma frammenta. Contratti a termine, part-time involontari, occupazioni discontinue: forme diverse di una stessa instabilità. E mentre il linguaggio pubblico continua a parlare di flessibilità, la vita concreta restituisce un’altra parola: incertezza.

C’è poi un elemento che raramente entra nel racconto con la necessaria chiarezza: non tutto il lavoro registrato è lavoro pieno.
Gli occupati aumentano, ma non cresce nella stessa misura il lavoro effettivo. Le ore lavorate restano sostanzialmente stabili e nelle statistiche rientrano anche i lavoratori in cassa integrazione, formalmente occupati ma non pienamente attivi. Una zona grigia che racconta una fragilità produttiva diffusa e che contribuisce a rendere il dato complessivo meno lineare di quanto appaia.

Allo stesso tempo, mentre il lavoro si diffonde, il suo valore si assottiglia. I salari reali restano fermi, quando non arretrano sotto la pressione dell’inflazione. Si lavora, ma non sempre si guadagna abbastanza. Si è occupati, ma non necessariamente al riparo dalla vulnerabilità economica.

A sostenere l’aumento dell’occupazione contribuisce anche un altro fattore strutturale: l’invecchiamento della forza lavoro. Si resta attivi più a lungo, spesso non per scelta ma per necessità. È un dato che incide sulle statistiche e che racconta, ancora una volta, un equilibrio più fragile di quanto si voglia ammettere.

A rendere ancora più fragile questo quadro è ciò che accade ai margini del mercato del lavoro.
Da una parte, molti giovani continuano a cercare altrove le opportunità che qui non trovano. L’emigrazione non è più soltanto una scelta individuale, ma un fenomeno strutturale che impoverisce il Paese di competenze e prospettive.

Dall’altra, cresce una zona silenziosa: quella di chi il lavoro non lo cerca più. Una quota significativa di persone resta fuori dal mercato, scoraggiata, sospesa, invisibile nelle dinamiche produttive. Non disoccupati, ma nemmeno occupati: semplicemente esclusi.

E poi c’è il tema che dovrebbe interrompere qualsiasi celebrazione: la sicurezza.
Le morti sul lavoro e gli incidenti continuano a segnare il tempo di questo Paese. Non sono eventi eccezionali, ma il riflesso di un sistema che troppo spesso accetta margini di rischio inaccettabili. Ogni numero è una storia interrotta, un vuoto che resta. E ogni volta che si parla di lavoro senza partire da qui, qualcosa viene taciuto.

E proprio dalla sicurezza si apre una soglia più ampia, che riguarda il tempo presente nel suo insieme. Il lavoro non vive isolato, ma dentro un contesto segnato da instabilità crescenti, guerre che tornano a occupare lo spazio pubblico, crisi internazionali che si susseguono senza soluzione di continuità. Uno sfondo che non resta distante, ma incide anche sulla percezione del futuro, sulla sua tenuta, sulla possibilità stessa di immaginarlo stabile. In questo scenario la domanda delle nuove generazioni si fa più netta: non riguarda soltanto quale lavoro sia possibile trovare, ma che senso abbia costruire un percorso in un mondo che appare frammentato, incerto, continuamente esposto alla crisi. È una domanda che non riguarda solo l’occupazione, ma la fiducia nel domani.

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Le origini del Primo maggio

Il Primo maggio nasce come giornata di lotta prima ancora che di celebrazione. La sua origine risale al Haymarket affair, negli Stati Uniti, quando migliaia di lavoratori scesero in piazza per rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore. Le proteste culminarono in scontri e repressioni, diventando un simbolo internazionale delle battaglie per i diritti dei lavoratori.

Nel 1889, la Seconda Internazionale proclamò il Primo maggio come giornata di mobilitazione globale. Da allora, questa data rappresenta non solo una conquista storica, ma anche un promemoria: i diritti del lavoro non sono mai definitivi, ma frutto di rivendicazioni, conflitti e partecipazione.

Il Primo maggio dovrebbe essere questo: non una ritualità, ma un momento di verità.
Un’occasione per guardare oltre i dati aggregati e interrogarsi sul significato di quei numeri.

Perché se il lavoro non garantisce dignità, stabilità e sicurezza, allora la sua crescita quantitativa rischia di diventare un racconto incompleto. Quando non fuorviante.

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Quale lavoro, dunque?
È una domanda che riguarda tutti: la politica, le imprese, il modo in cui si costruiscono e si leggono le statistiche. Ma riguarda anche il linguaggio con cui si sceglie di raccontare il presente.

Il lavoro resta un fondamento della cittadinanza.
Ma solo se torna a essere, davvero, un diritto pieno e non una condizione fragile.

Per questo, più che celebrare, oggi servirebbe fermarsi.
Fermarsi a guardare ciò che non funziona, a riconoscere le contraddizioni, a dare un nome alle fragilità. Perché senza questa consapevolezza, ogni celebrazione rischia di essere vuota.
E il Primo maggio, invece, dovrebbe tornare a essere ciò che è nato per essere: non una ricorrenza, ma una domanda aperta sul presente e sul futuro del lavoro.

Antonello Rivano
Direttore di redazione/coordinatore nazionale Polis SA Magazine

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