Gio. Mag 14th, 2026

I giorni che ci hanno cambiati

Infermieri, medici, OSS e una pandemia ancora troppo spesso negata

IN PUNTA DI PENNA – Riflessioni sul nostro tempo
a cura di Antonello Rivano


I giorni che ci hanno cambiati

Ieri si è celebrata la Giornata Internazionale dell’Infermiere. Una ricorrenza che ogni anno richiama l’attenzione su una delle professioni più importanti e spesso più dimenticate della nostra società. Ma oggi, più che celebrare, occorre ricordare.

Occorre farlo perché, a distanza di pochi anni, c’è ancora chi nega ciò che il mondo intero ha vissuto. Infermieri, medici e OSS lo sanno bene, perché lo hanno attraversato sulla propria pelle.
E proprio mentre si torna a parlare del rischio di nuove emergenze sanitarie globali, ricompaiono anche negazionisti e farneticazioni sul Covid, tra slogan, complotti e propaganda social.

Ed è proprio questo il punto più amaro: la velocità con cui la memoria sembra consumarsi.

Perché quei giorni li abbiamo vissuti davvero.
Abbiamo visto ospedali trasformarsi in trincee.
Abbiamo visto infermieri, medici, OSS e operatori sanitari entrare nei reparti con la paura negli occhi e il dovere stretto tra le mani.
Abbiamo visto turni massacranti, volti segnati dalle mascherine, telefonate diventate ultimi saluti, famiglie divise dal vetro di una stanza d’ospedale.

E abbiamo visto persone morire da sole.

Mentre il mondo si fermava, c’era chi continuava ad andare avanti. Non per eroismo da copertina, ma perché qualcuno doveva restare. Doveva curare. Doveva assistere. Doveva esserci.

Molti di loro si sono ammalati.
Molti portano ancora addosso cicatrici fisiche e psicologiche che nessun applauso dai balconi potrà cancellare.
E troppi non sono più tornati a casa.

Negare quella pandemia significa negare il dolore di milioni di persone.
Significa ignorare le corsie piene, le bare, la paura, la solitudine.
Significa mancare di rispetto a chi ha combattuto fino all’ultimo respiro e a chi, in quegli anni, ha sacrificato la propria vita per salvare quella degli altri.

La memoria collettiva è fragile.
Lo stiamo capendo sempre più spesso. Basta poco perché venga distorta: qualche slogan, qualche semplificazione, qualche narrazione costruita sull’ignoranza o sul rancore.

Eppure basterebbe fermarsi un momento.
Ascoltare il silenzio rimasto in tante case.
Guardare gli occhi di chi quei reparti li ha vissuti davvero.


Nota dell’autore

Chi scrive queste righe non lo fa da osservatore distante.
Lo fa da dentro.

Con una moglie operatrice sanitaria che, mentre curava gli altri, si è ammalata e ha lottato per la vita in terapia sub-intensiva per quaranta giorni, con il casco integrale dell’ossigeno a sostenerle il respiro. L’ho vista uscire di casa per essere ricoverata senza sapere se l’avrei più rivista, né viva né morta.

E io, solo, a casa, con la febbre alta e il fiato corto, il termometro e il saturimetro sul comodino. Sapendo che, se la febbre fosse salita troppo o la saturazione fosse scesa oltre un certo limite, sarebbe stato necessario chiamare un’ambulanza. Tra medicine sparse sul tavolo e una spesa lasciata sul pianerottolo da chi, in quei giorni, aiutava come poteva.

Ho avuto paura per lei, e anche per me. E quei giorni ci hanno cambiati per sempre, lasciando cicatrici e fragilità, a livello fisico ma anche piscologoco.

Come molti, speravo che ne saremmo usciti migliori.
Forse siamo cambiati tutti, questo sì. Ma non credo in meglio.

Sono stati giorni in cui la distanza non era solo fisica, ma di paura assoluta. E da quei giorni non si esce davvero come prima: restano segni, fragilità, conseguenze che ancora oggi si portano addosso.

Il mio grazie è enorme, infinito, a tutto il personale sanitario e socio-sanitario che in quei giorni ha tenuto in piedi ciò che sembrava crollare.
A chi ha curato, assistito, resistito. A chi c’era quando altri non potevano esserci.
A chi ha scelto di restare, anche quando restare significava rischiare tutto.

Perché la memoria non è un esercizio del passato.
È ciò che continua a definire ciò che siamo.

Antonello Rivano
Direttore di redazione/coordinatore nazionale Polis SA Magazine

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