Mar. Mag 26th, 2026

Multedo: il giorno in cui il ponente di Genova si fermò

La vicinanza estrema tra industria e abitato, resa drammatica dall’esplosione del 15 maggio 1987 che colpì l’area di Multedo, dove si contarono quattro vittime e si rese tangibile la fragilità di quel confine urbano.
Di Sara Piccardo

di Sara Piccardo

Nel ponente di Genova la città si distende tra mare e collina in una continuità solo apparente. Pegli conserva la sua identità residenziale e storica, affacciata sul lungomare e sulle ville ottocentesche; subito dopo, verso est, il paesaggio cambia e lascia spazio alla fascia portuale e industriale. È una linea sottile, dove case, infrastrutture e depositi convivono da decenni.

Multedo si colloca esattamente su quel confine. Non è solo un quartiere, ma una cerniera urbana tra l’abitato di Pegli e il sistema portuale di Genova. Qui il tessuto residenziale si avvicina fino a pochi metri dagli impianti industriali, in una compresenza che ha segnato la storia del territorio.

Tra questi impianti rientrano anche quelli della Attilio Carmagnani, inseriti nella filiera dello stoccaggio e della movimentazione di prodotti chimici e petrolchimici del porto di Genova.

15 maggio 1987

Alle 8.17 del mattino, la quotidianità si spezza.

Prima il rumore. Poi il boato.

Un’esplosione sorda attraversa il quartiere, seguita in pochi istanti da un secondo scoppio. Subito dopo, le fiamme: alte fino a dodici metri, visibili da Pegli, da Multedo e dalle alture del ponente. Una colonna di fumo si alza sopra la fascia industriale e cambia il profilo della costa.

In pochi minuti, la zona diventa irraggiungibile. L’ordine è immediato: lasciare le abitazioni e salire verso i punti più alti. Il piazzale della parrocchia diventa il centro di raccolta del quartiere. Famiglie intere si ritrovano lì, mentre a valle la zona industriale viene isolata.

Il boato iniziale resta nella memoria di chi era presente: un suono breve, netto, che segna il passaggio da una mattina normale a una situazione di emergenza assoluta.

I Vigili del Fuoco e i soccorritori lavorano per ore per contenere l’incendio e mettere in sicurezza l’area, con il timore costante di nuove esplosioni legate alla natura dei materiali stoccati.

Quando l’emergenza rientra, il bilancio è definitivo: quattro lavoratori perdono la vita — Mario Nicorelli, Santino Barberis, Domenico Ponte e Attilio Macciò.

Le promesse, le lotte, il tempo

Nei giorni successivi si apre un confronto che segna gli anni a venire. Già il 16 maggio 1987 si inizia a parlare di delocalizzazione degli impianti più pericolosi dalla fascia abitata. Il tema entra nell’agenda pubblica: sicurezza, distanze, compatibilità tra attività industriale e presenza residenziale.

Nel tempo, però, a queste aperture seguono anni di rinvii e trattative incompiute. Le richieste dei comitati di quartiere e dei residenti di Pegli e Multedo restano costanti: spostare gli impianti, ridurre il rischio, separare in modo più netto industria e abitato. Dall’altra parte, le esigenze del porto e della logistica rendono complesso ogni trasferimento strutturale.

Il risultato è una lunga sospensione: promesse periodiche, discussioni tecniche, ma nessuna soluzione definitiva.

Oggi, a trentanove anni di distanza, quel tratto di costa continua a raccontare la stessa storia: Pegli come quartiere residenziale, Multedo come area di confine industriale, il porto di Genova come motore economico e presenza costante.

E sopra tutto, il ricordo di quella mattina: il boato, il fumo, l’ordine di salire in alto, e un intero quartiere che da un momento all’altro si ritrovò a guardare la propria città da lontano.

Mario Nicorelli, Santino Barberis, Domenico Ponte, Attilio Macciò. Quattro nomi che restano il punto fermo di una storia che non ha mai smesso di interrogare il presente.

Sara Piccardo

image_printDownload in PDF