Combattimenti tra cani: il business della crudeltà
Dietro la violenza degli scontri clandestini c’è un circuito fatto di scommesse, traffico di farmaci, allevamenti abusivi e criminalità. A pagare il prezzo più alto sono sempre loro: i cani.

A cura di Annalisa Carleo
Combattimenti tra cani, il business della crudeltà
Non è un gioco. Non è tradizione. È un’industria criminale che vive nell’ombra di garage, casolari abbandonati, capannoni industriali. Dove due cani vengono fatti sbranare tra loro per soldi, per scommesse e per affermare potere sul territorio.
IL BUSINESS
Il combattimento tra cani non è mai solo lotta tra animali. È un circuito di denaro che muove scommesse clandestine che vanno dai 500 ai 10.000 euro a incontro, traffico di farmaci dopanti e anabolizzanti, vendita di cuccioli a prezzi gonfiati come “figli di campioni”, video venduti su chat private e social chiusi.
Secondo la LAV e gli investigatori, il fenomeno non è più solo marginale. Attorno ruota criminalità comune e, in alcuni casi, anche soggetti vicini alla criminalità organizzata, che usano i combattimenti per controllo del territorio, riciclaggio e come collante tra attività illecite. Non a caso, i reati contestati a chi organizza non sono mai solo maltrattamento: si va dallo spaccio di stupefacenti all’associazione per delinquere, dalla ricettazione di animali al furto di energia elettrica per alimentare allevamenti abusivi.
L’ultima operazione, pochi giorni fa a Gela, l’operazione “L’inferno dei pitbull”: 13 cani sequestrati, 6 indagati tra Sicilia e Campania, con una rete che organizzava combattimenti, riprendendoli e rivendendo i video online.
COME VENGONO CRESCIUTI
I cani, quasi sempre pitbull, amstaff, rottweiler o incroci di molossi, non nascono cattivi. Vengono resi aggressivi attraverso una vita di privazioni e violenza.
Vivono a catena corta, in box di lamiera, senza socializzazione. Vengono sottoposti a tecniche di condizionamento brutali: marce forzate con pesi, morsi su pneumatici appesi, aggressioni indotte con animali più deboli usati come esche – gatti, cani di piccola taglia, a volte cinghiali – che vengono chiamati dagli investigatori “sparring partner”.
Molti vengono dopati con anabolizzanti e stimolanti per renderli più aggressivi e resistenti al dolore. La mortalità prima ancora di arrivare sul ring è altissima.
LA FINE CHE FANNO
Un cane da combattimento ha due destini, entrambi crudeli.
Se perde e sopravvive ma è troppo ferito o giudicato “poco combattivo”, viene ucciso: impiccato, annegato, abbandonato agonizzante. Le immagini sequestrate dagli investigatori mostrano spesso animali incapaci di reggersi in piedi, con le fauci sbranate, che muoiono dissanguati durante lo scontro stesso.
Se vince, continua a combattere fino a quando il corpo cede. Nessun cane da combattimento arriva alla vecchiaia. Chi viene sequestrato e salvato porta i segni a vita: cicatrici ovunque, denti spezzati, paura atavica dell’uomo, aggressività appresa che richiede mesi di recupero in centri protetti specializzati.
I DATI NAZIONALI – RAPPORTO ZOOMAFIA 2026 LAV
Il quadro più completo arriva dal Rapporto Zoomafia 2026 della LAV, l’Osservatorio Nazionale Zoomafia guidato dal criminologo Ciro Troiano.
Dal 1998 al 2025 compreso, in Italia:
- 1.373 cani sequestrati da combattimento
- 120 galli da combattimento sequestrati
- 570 persone denunciate, di cui 17 arrestate
- Almeno 4 combattimenti interrotti in flagranza dalle forze dell’ordine
Il reato più contestato è il 544-ter (maltrattamento) e il 544-quinquies c.p. (divieto di combattimenti tra animali), che punisce chi organizza, partecipa e scommette. Ma la LAV denuncia che le pene sono ancora troppo basse e mancano strumenti investigativi fondamentali come l’uso di agenti sotto copertura, una banca dati interforze sui reati contro gli animali e centri di recupero protetti per i cani sequestrati.
I reati contro gli animali sono in aumento: +9,58% solo nell’ultimo anno rilevato. Ogni giorno in Italia 15 persone vengono indagate per crimini contro gli animali.
Il combattimento è la punta dell’iceberg. Ma smantellarlo, come dice la LAV, “non significa solo salvare gli animali, ma scardinare una cultura basata sulla crudeltà e sulla violenza”.
Chi vede, chi sa, chi sospetta un allevamento anomalo di pitbull tenuti a catena, con cicatrici evidenti, può segnalare in forma anonima al “Sos Combattimenti LAV 06 4461206” o alle forze dell’ordine.
Il silenzio, in questo caso, uccide due volte.
Annalisa Carleo
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