Gio. Feb 9th, 2023

Complesso nuragico di “Su Nuraxi” a Barumini (foto di Franca Giona)

I Nuraghi e la Scuola

Quante volte abbiamo auspicato che nei libri delle classi dell’obbligo si parlasse, con la dovuta oculatezza, dell’antica storia della Sardegna. Per intenderci, quella storia (chiamatela pure protostoria o preistoria)che precedeva, e di molto, l’arrivo dei fenici, dei cartaginesi e quindi dei romani.

Una storia dimenticata, nonostante ci abbia lasciato in eredità migliaia di nuraghi, tombe di giganti, pozzi sacri, dolmen, menhir e prima ancora un numero infinito di domus de janas, le case delle fate della tradizione popolare


di Giorgio Valdès

 Tuttavia, se le vicende del nostro più remoto passato raramente compaiono sui libri di testo, a volte a questa colpevole latitanza hanno posto rimedio direzioni scolastiche e soprattutto insegnanti appassionati e consapevoli del fatto che non si può porre un bavaglio alla storia, anche quando la carenza di bibliografia e la presunta assenza della scrittura rende difficile tratteggiarne i contorni. Uno di questi “illuminati” precettori è citato in un capitolo -scritto da Alessandra Murgia– del libro “Il mare addosso, l’isola che fu Atlantide e poi divenne Sardegna” ( Arkadia editore, 2016):

<<…Solo una persona nel gruppo degli autori, cioè chi scrive questo capitolo, ha avuto la possibilità di interagire sin da piccola con il racconto della vita dei propri antenati “Nuragici” grazie alla frequenza di una scuola che già all’epoca prevedeva delle attività pomeridiane con l’insegnamento integrativo di materie non incluse nel programma. Una di queste materie era, appunto, la Storia della Sardegna, a partire dal periodo del Bronzo.

La maestra Regina era bravissima a far appassionare i suoi studenti: descriveva torri nuragiche abitate da uomini e donne indomiti, capaci di modellare il bronzo come se fosse cera e di commerciarlo in tutto il mondo insieme a quell’altro miracoloso materiale di cui erano ricchissimi: l’ossidiana. E poi quella bellissima storia secondo la quale i sardi antichi non sapevano chi avesse costruito i nuraghi ma erano sicuri che si fosse trattato di un popolo di giganti. E, ancora, il racconto di quel tremendo terremoto che devastò tutte le terre, distruggendo il paradiso sardo: i monti che si spaccavano, i fiumi in piena, il mare che travolgeva il piccolo continente tanto da farlo sprofondare negli abissi del Mar Tirreno. C’era però un lieto fine: gli abitanti, disperati, chiesero aiuto a Zeus, il quale, autore pentito di cotanta distruzione,  pose il piede sopra una parte dell’isola che emergeva ancora e riuscì a trattenerla prima che sprofondasse definitivamente tra le onde del mare. E da allora, in greco, l’isola si chiamò Ichnusa, cioè a forma di piede, o Sandalion, cioè a forma di sandalo. Si lasciava la scuola con la testa piena di vicende che a casa prendevano il volo della fantasia e, poi, era inevitabile chiedere a mamma e papà di andare a visitare queste meraviglie.

Una ricostruzione del complesso nuragico di Barumini

E che incanto e quanta impressione generò la prima visita al Nuraghe di Barumini. All’epoca non era sbarrato da muri e cancelli e l’ultima ristrutturazione che ne ha messo in sicurezza le visite era di là da venire. Niente guide, solo avventura, dentro le pietre di quel gigante che svettava nell’altipiano. Ed è proprio da lui che inizieremo a raccontare cosa sia, ancora oggi, la storia della civiltà sarda per la maggior parte dei sardi e degli italiani.>

Giorgio Valdès

articolo presente anche su Nurnet.net

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