Lun. Lug 15th, 2024

Ciao Gigi, ora puoi bere un altro caffè con il tuo amico Fabrizio

Ci lascia a settantanove anni, un mito del calcio italiano. Il cuore di un grande attaccante cede lasciando un vuoto che potrà colmarsi con l’orgoglio di patteggiare sempre per un gioco, come quello di Riva, pulito ed onesto

Di Flavio Pezzella

Va via uno dei più grandiosi della nostra storia calcistica. Gigi Riva muore, in seguito ad un ricovero in ospedale, per problemi cardiaci dovuti ad una sindrome coronarica acuta. Soprannominato da Gianni Brera (che lo riteneva il miglior attaccante dei primi anni settanta) “Rombo di tuono”, lombardo di origine, lascia la sua Cagliari (ma non del tutto: è stato sepolto presso il cimitero monumentale di Bonaria nel capoluogo sardo). Colpito al cuore nella città che adorava.

Ed il suo Cagliari ci riporta alla memoria quello scudetto che sapeva di miracolo, nel 1970 quando al tempo stesso traina la Nazionale nella postazione di vice campione del mondo. Uno scudetto che piacque a tutti perché non fu vinto dal “nemico della porta accanto” La sua carriera agonistica inizia tra le fila del Legnano per poi dedicarsi con tutta l’anima al Cagliari dal 1963 al 1977. La sua carriera agonistica nell’amatissima squadra sarda è costellata da 208 reti. Anche più tardi non abbandonerà il Cagliari diventando dal 2019, il suo presidente onorario. Ma è la maglia azzurra (ed i 35 gol in 42 volte) che è il simbolo del suo record: nei suoi gol scatenava passione, potenza e rabbia.

Riva non era di quei campioni che, ai suoi tempi, rincorrevano il “dollaro” e non sarebbe stato di quelli che, ai tempi nostri, sembrano attratti esclusivamente dall’oro nero (come le gazze in cerca dell’oro vero). Lui, no. Lui non fece neppure, per il cinema, quel “Francesco d’Assisi” che gli propose Franco Zeffirelli. Divenne in seguito dirigente dell’Italia, partecipando a molti mondiali, tra cui quello del “sopra il cielo di Berlino”. Con la Nazionale italiana vinse il campionato europeo nel 1968 e fino al 2013 è stato team manager della squadra. Ha sempre parlato poco, eppure chissà quante   ne aveva di cose da dire. Spalancava la porta avversaria e tanto bastava, poi il resto era il suo mondo. Contava l’intensità del suo gioco, la velocità, la rapidità dei suoi passi, l’abilità nel dribblare.

Raccontò d’aver trascorso una serata con Francesco De André (il cantautore era anch’esso sardo d’animo) e che tacquero entrambi per un bel po’, forse fumarono, poi parlarono chissà quanto senza smettere mai. De André gli regalò una chitarra, Gigi una maglia. A noi, tutt’ e due hanno regalato emozioni. Il resto sono numeri, presenze, gol, trofei. Me le emozioni non ne tengono conto. Era un mancino: il piede buono dalla parte del cuore.

Flavio Pezzella

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