Mer. Lug 24th, 2024

Convento della SS.ma Trinità - Sava di Baronissi (SA)

Anna Maria Noia: Il mese di maggio tra antiche tradizioni e simboli

Riflessioni sulla Lectio della docente all’Università della Terza Età di Baronissi”

Di Redazione Cultura

Lo scorso 2 maggio, giovedì, presso la sede dell’Università della terza età o Ute – in Sava di Baronissi (SA) – la docente Anna Maria Noia ha trattato dell’argomento: “Il mese di maggio tra aneddoti e tradizioni popolari”. Ispirata dalla figura e dalla immensa cultura del padre – Gino Noia, intellettuale della Valle Irno; direttore della biblioteca provinciale di Salerno e, poi, del Genio Civile (sempre di Salerno) – la Noia ha descritto gli aspetti peculiari del quinto mese dell’anno. Soffermandosi su curiosità e su usi e costumi tipici della Valle Irno.

Trattando, particolarmente, l’antica consuetudine – nella citata frazione di Baronissi – dei carri in onore della Madonna delle Grazie (che ricorre il 2 luglio), con l’offerta di cesti pieni di ogni ben di Dio. Tra questi, ecco le albicocche – dette: “crisòmmole”, ovvero “frutti d’oro”. “Mele d’oro”. Il riferimento a tali carri, nel parlare di maggio, è una similitudine che accomuna gli stessi carretti a quelli – trainati da buoi bianchi, simboli di purezza – che accompagnano la processione del “majo”.

L’albero “maschio”, coinvolto nello “sposalizio” (un matrimonio tutto simbolico, allusivo ma scevro da malizia) con la “fronna” o “fronda”. Ecco, dunque, il topos della coppia di buoi (ovvero: tori castrati, resi miti dall’evirazione), candidissimi. A portare su di sé, stavolta, l’albero. Quello della cuccagna, il “palo di sapone” – mitizzato dalla competizione (tutta maschile) di baldi giovanotti, per rompere la “pignatta”, con prodotti alimentari.

La “Festa del majo”, antico retaggio (anche) delle nostre zone – particolarmente tra Roccapiemonte, Materdomini, Nocera Superiore – rivive tuttora; ancora a Materdomini (località del Nocerino). Ma soprattutto ad Accettura, in Lucania. Ed è per questo che l’albero – metaforicamente l’albero di Natale, che ricorda il capodanno celtico tra il 31 ottobre e il primo novembre – vien definito “majo”. Ossia: albero “di maggio”. Come le ciliegie “maiatiche”, tipiche di questo mese.

Infatti, si tratta di un mese dedicato alla dea Maia – quella del celebre “velo” – oppure a Giunone majestas: la maestà. Ma l’etimo di “maggio” potrebbe derivare, pure, dalla “contrapposizione” (solo apparente) – presso i Romani – degli anziani (majores), che governavano con la saggezza e le doti “morali”, e i giovani o juniores. Che han dato nome al mese di giugno – come pure Hera Giunone – in quanto forti e combattenti. Con la forza e la spavalderia della propria età. Con armi e doti “fisiche”.

La professoressa ha spiegato il noto “volo degli angeli”, ad Aiello/Campomanfoli di Castel San Giorgio. Tradizione popolare di Pentecoste (quindi, ancora una volta in questo mese). Occorre dapprima ricordare l’Ascensione, però. Dunque, una settimana prima. Allorquando, a Mercato San Severino, si assaggiano le tagliatelle cagliate (o quagliate) nel latte.

Nel ricordo – leggendario e anagogico – della Madonna, che – vedendo il figlio salire al Cielo – pare abbia perso una poppata di latte. Ed è per questo che alcuni definiscono la Vergine: “lattologa”. Oltre agli altri appellativi di “odigitria” e di “teotokos” (“madre di Dio”). Tornando ad Aiello (piccolo appezzamento di terreno) e/o Campomanfoli (campo e manso) di S. Giorgio, il volo degli angeli si svolge il martedì dopo la Pentecoste.

Due bambine, vestite da angeli – una in rosa pastello e l’altra in azzurrino – intonano antiche nenie e invocazioni alla Madonna. Appese a una carrucola, detta: “ngegno”. Opportunamente e appositamente accompagnate dalla banda musicale, con tanto di rullante. Molti anni fa, vi era – addirittura – una rappresentazione scenografica: vi era la Madonna, a combattere contro il demonio. Con tanto di “effetti”: zolfo e polvere pirica.

Maria santissima di Costantinopoli, venerata a San Giorgio (vi è una chiesa a lei intitolata anche a Baronissi, però) – donde i nomi propri Nobile e Nobilina – viene celebrata anche con un piatto “povero”. Mutuato dalla Sicilia: le sarde a beccafico (o in pinzimonio). Cucinate con aceto aromatico e con l’uso della menta.

E questo è stato detto, alla lectio. Un altro evento molto pregnante, sempre parlando del mese di maggio – la Noia ha ricordato anche le denominazioni dei mesi in latino – riguarda S. Michele. Il professore Vincenzo Esposito, antropologo dell’università di Salerno, che ha curato la prefazione al libro della Noia: “Calendario salernitano delle tradizioni popolari”, ha detto di considerare il culto verso l’angelo guerriero uno dei più complessi da lui studiati.

Mi-ka-el, Quis ut Deus: Chi come Dio. Proprio tra l’8 e il 15 maggio, ecco avvenire – tra i comuni di Solofra; Calvanico; Carpineto di Fisciano eccetera – la salita al monte omonimo. Con la statua del principe delle milizie celesti. Patrono delle acque, soprattutto termali, rappresentato con la bilancia – nel riprendere il mito del dio egizio Anubi. Pesatore delle anime. In realtà, il calendario riporta S. Michele il 29 settembre. Assieme a S. Raffaele (angelo guida) e a S. Gabriele: l’angelo annunciatore. Ed a Uriele, misconosciuto angelo della morte.

Ma, per la tradizione di molti, la “salita al monte” avviene – appunto – l’8 e/o il 15 agosto. Con tanto di ritualità intricate e misteriche. Come le varie “tappe” o “fermate” che la statua/simulacro dell’arcangelo “compie” (o, meglio, fa compiere ai portatori). Diverse, le soste: dapprima in località Vuoccolo (la Gola); poi in località Carpegna – da Carpino, albero molto diffuso, nella Valle dell’Irno; infine, prima di toccare la cima (ricordiamo che il santuario sul monte, scelto dai devoti, è quello di S. Michele di Cima – mentre si sale anche verso S. Michele di Mezzo) ecco una lapide: un epitaffio. Il quale – severamente – ammonisce ai fedeli di non consumare “cibi pascali” (pasquali), come salame e carne. Per far sì che il santo non sia “vindice e non amante”.

Giunti finalmente alla meta, in vetta, si compiono tre giri antiorari con la statua ancora in spalla. Ancora misteriose le motivazioni antropologiche, per spiegare tale “comportamento”. Il girarsi in maniera antioraria, secondo alcuni, porterebbe al cosiddetto “schiaffo alla Madonna”. Essendo la mano sinistra l’arto del demonio. Infatti, si dice: “Avere un sinistro” (fare un incidente); “Essere un tipo sinistro” eccetera.

Qui, la docente Noia ha discusso di Muzio Scevola, che rimase “mancino” – dopo aver voluto “punire” la mano destra, per non essere riuscito nell’intento di uccidere il re etrusco Porsenna. E, da tale gesto – compiuto sopra le fiamme – deriva il detto: “Metterci una mano sul fuoco”. Tornando alla spiegazione su S. Michele, i fedeli del Montorese e dell’Avellinese incontrano – in occasione della “salita al monte” – i propri “dirimpettai”. E, insieme, attuano la “dormitio” o “incubatio”. Delle veglie, o adorazioni, notturne. Come accade anche a Ferragosto, per Maria Assunta.

Al termine di tali spiegazioni, Anna Maria Noia ha accennato alle “Feste dei fiori” – dalle antiche Floralia (in onore della Dea Bona o Bona Dea – patrona della natura) fino ad altri miti che liberavano istinti anche sessuali. Il padre Gino ha illustrato, assieme all’architetto Carmine Petraccaro e ad altri esperti, un apposito opuscolo proprio sulla festa dei fiori; con le ricerche degli alunni della scuola media “S. Tommaso”, guidati dai loro insegnanti. Nei prossimi giorni, proseguiranno gli incontri per gli “allievi” dell’Università della terza età a Baronissi. Realtà associativa che ha da poco celebrato il suo ventennale di attività e promozione culturale.

Redazione Cultura e Spettacolo

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