Il paesaggio: una filosofia- 3) Paesaggio e architettura
Uno spazio di riflessione che intreccia cultura, educazione e sguardo sul mondo, invitando a ripensare il modo in cui abitiamo e comprendiamo il paesaggio che ci circonda.
A cura di Giorgio Saba
Terza puntata
IL PAESAGGIO: UNA FILOSOFIA
PRESENTAZIONE
In un tempo segnato da tensioni e crisi profonde, Giorgio Saba propone su Polis la rubrica Il paesaggio: una filosofia, riflettendo sul significato del paesaggio e sul modo in cui lo osserviamo. Per l’autore, il paesaggio non è qualcosa di innato, ma uno sguardo che si costruisce attraverso cultura, educazione e consapevolezza. Con l’esperienza di una lunga carriera nell’insegnamento, Saba sottolinea il valore di una scuola capace di formare pensiero critico eUno spazio di riflessione che intreccia cultura, educazione e sguardo sul mondo, invitando a ripensare il modo in cui abitiamo e comprendiamo il paesaggio che ci circonda.
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Paesaggio e architettura

In questa terza puntata della rassegna sul paesaggio mi voglio spostare in ambito internazionale, per riuscire a spiegare meglio due diversi modi di intervenire sul paesaggio con il mondo delle costruzioni.
Metterò a confronto due opere, due ville famosissime, di due celeberrimi architetti.
Il primo, Franck Lloyd Right, è considerato il più grande architetto d’America, del XX secolo (per qualcuno è il più grande del mondo).
Il secondo, Charles Edouard Jeanneret, detto Le Corbusier, è considerato il più grande architetto europeo del XX secolo (per qualcuno è il più grande del mondo).
Quello che segue, mi attirerà gli strali di moltissimi colleghi, soprattutto quelli filoamericani e, forse, anche l’allontanamento dalla redazione di Polis SA Magazine (scherzo… ma probabilmente ci sarà polemica).
Vediamo le differenze nel loro modo di affrontare il paesaggio.


1) La casa sulla cascata è uno spettacolare esempio di interazione fra natura e architettura; l’abbraccio è sensuale, l’effetto visivo travolgente e fortemente espressionista. non ha bisogno di spiegazioni o di interpretazioni.
Il messaggio è diretto e pare non aver bisogno di decodifiche, come una mano sulla spalla o come il disegno di un cubo…



Le foto che seguono sono montaggi fatti con ironia, per evidenziare come in un simile contesto qualunque edificio apparirebbe valorizzato; talvolta non si può dire altrettanto del contesto.




Quando esprimo le mie perplessità sulla estrema delicatezza del processo di adeguamento dell’architettura al paesaggio, molti colleghi mi citano l’opera di Wright, quale esempio di corretto inserimento in un contesto ambientale preesistente.
Quegli stessi colleghi, per giustificare il rifiuto dell’amministrazione cagliaritana nei confronti del Betile di Zaha Hadid, affermarono che l’edificio non trovava riscontri nel contesto storico architettonico della città di Cagliari… !? quale contesto, i parcheggi del S. Elia?

Ma torniamo a Wright; nel 1943 realizzò il Museo Solomon Guggenheim nella quinta strada di New York, proprio davanti al Central Park. È uno dei capolavori architettonici del secolo.
Ma si può dire lo stesso per il suo inserimento nel contesto urbano? Sto entrando in un settore alquanto spinoso, ma ormai ho iniziato e vado avanti.
Il Guggenheim, edificio di per sé bellissimo, appare soffocato dai grattacieli che lo sovrastano.

E l’inserimento di fronte al Central Park, non ne riduce l’impatto negativo.

Le foto che seguono illustrano edifici realizzati dallo studio Wright, quando il Maestro era già molto vecchio e, a sua discolpa si potrebbe insinuare che siano stati progettati dai suoi collaboratori. Guardateli anche voi.

La chiesa greca ortodossa dell’Annunciazione, nella città statunitense di Milwaukee (1956)

Diciamo che sono passati i tempi della sua villa di Taliesin.

I critici d’architettura che inizialmente avevano osannato Wright quale santo patrono del Razionalismo Organico, erano costretti a mille elucubrazioni sintattiche per giustificare le improbabili invenzioni e gli imprevedibili cambi di rotta dello studio Wright (forse Trump ha imparato da loro?).
fino a che Bruno Zevi (wrightiano a oltranza), autore di numerose pubblicazioni sulla storia dell’architettura, con una frase che dovrebbe farci riflettere, scrisse che Wright non creava per i contemporanei, ma per i posteri; trascorsi 50 anni finalmente si sarebbe riusciti a comprendere il significato della sua opera.
Ora i 50 anni sono passati, ma la profezia di Zevi non si è avverata (neanche se Zevi avesse avuto poteri medianici) e credo oggi si possa affermare che le opere dell’età matura fossero in realtà progettate dai collaboratori, senza che il Maestro neppure le visionasse. Per inciso, è impossibile indovinare quale sarà il modo di ragionare delle genti che vivranno dopo mezzo secolo.
2) E veniamo al secondo degli architetti che sopra ho citato:
Le Corbusier si mette in rapporto col paesaggio in modo totalmente diverso, quando progetta la bifamiliare per il Weissenhof di Stoccarda nel 1927, una doppia unità abitativa di 50 mq per abitazione. Lo spazio a disposizione è ridotto all’essenziale, la decorazione è minimale e, dopo un secolo il progetto sembra uscito oggi dalla penna di un architetto.

Sul tetto realizza un piccolo giardino, impermeabilizzando la terrazza. L’effetto scenico è suggestivo: la natura dialoga con il fabbricato diventandone parte integrante (la foto, scattata dal sottoscritto, non rende merito al progetto).
Il tetto giardino verrà teorizzato, nella conferenza sull’Esprit Nouveau, in quelli che ancora oggi vengono chiamati “I cinque punti dell’Architettura 1 I pilotis; 2 La pianta libera; 3 La facciata libera; 4 La finestra a nastro; 5 Il tetto-giardino.


Ma il colpo di genio sta nel rapporto con il panorama che l’Architetto “ruba letteralmente”, inquadrandolo in una teoria di travi e pilastri. Perfetta simbiosi tra paesaggio e architettura. Il furto è solo virtuale e il paesaggio rimane patrimonio dell’umanità, come è giusto che sia.
Un anno più tardi (1928) ripeterà l’esperienza architettonico paesaggistica nella iconica villa Savoye



Si conclude la terza puntata di questa rassegna sul Paesaggio.
Se non vi siete indignati, leggendo queste strampalate opinioni, vi do appuntamento alla prossima settimana; parlerò del rapporto fra Paesaggio e Cinematografia. Consiglio di collegare il PC a un buon amplificatore e a un monitor di grandi dimensioni.
A presto!
Giorgio Saba
Giorgio Saba, nato a Cagliari. Laureato in Architettura a Firenze, svolge attività di libera professione. Nel 1983 frequenta un anno del Corso di Perfezionamento in Archeologia e Storia della Sardegna (docenti, Giovanni Lilliu e Enrico Atzeni).
Dal 1984 al 2017 è docente nella Scuola pubblica (negli ultimi 30 anni insegna Architettura al Liceo).
Dal 2012 al 2017 è Presidente dell´Ordine Architetti, P.P. e C. di Cagliari e ottiene l´attivazione degli Esami abilitanti la professione di Architetto. Membro dell´Osservatorio Città Metropolitane del CNAPPC. Coordinatore di URBANPRO Cagliari (Ordine Architetti, CCIAA, Confcommercio, ANCE). È stato relatore e coordinatore in oltre quaranta convegni su temi di Architettura, Paesaggio, Archeologia, Teoria del Colore, Linguaggi semiotici.
Nel 2016 pubblica il libro Scusi dov´è l´Ade? (la prima edizione va esaurita in otto mesi). Nel 2024 è uscito Sardegna: dimora antica degli dei… e di altri condomini. Per Polis ha già curato la serie, in otto puntate, Gli dèi greci erano davvero greci?

