Quando la politica perde il contatto con il Paese reale
Dalla frontiera di Ceuta alle fragilità quotidiane degli italiani: quando governo e opposizione inseguono il consenso e il Paese reale resta in attesa di risposte

Quando la politica perde il contatto con il Paese reale
Non sarò breve. Non posso esserlo.
Ci sono temi che non possono essere affidati soltanto a un titolo o a una reazione immediata. Raccontare un Paese nelle sue fragilità, nelle sue paure e nelle sue contraddizioni richiede tempo e attenzione.
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Gli ultimi fatti di Ceuta sono diventati rapidamente l’ennesimo terreno di scontro politico e mediatico. Immagini forti, reazioni immediate, contrapposizioni nette. Una frontiera, persone in movimento, tensioni e difficoltà reali diventano il centro di un dibattito che spesso sembra concentrarsi più sulla ricerca del consenso che sulla capacità di comprendere un fenomeno complesso.
La questione migratoria esiste e deve essere affrontata con serietà. Non può essere negata, ma nemmeno trasformata in uno strumento permanente di paura.
Il rischio è quello di fermarsi al fatto più visibile, all’emergenza del momento, senza interrogarsi su ciò che quel fatto rivela.
E ciò che rivela è un disagio più profondo: una parte della società attraversa cambiamenti rapidi senza sentirsi accompagnata, ascoltata e rappresentata dalla politica.
Ceuta diventa così il simbolo di una questione più ampia. Non soltanto una vicenda di frontiere, ma il riflesso di un clima sociale nel quale paure e insicurezze possono essere facilmente trasformate in consenso politico.
Ma che cosa c’è davvero dentro questa inquietudine?
C’è un Paese che fatica a guardare al futuro con serenità.
Ci sono famiglie che ogni mese devono fare i conti con il costo della vita, con la spesa quotidiana, con le bollette e con l’aumento dei carburanti, che pesa soprattutto su chi deve spostarsi per lavorare o per necessità.
C’è una povertà che cresce e che non riguarda più soltanto le fasce tradizionalmente considerate fragili. Entra anche nelle famiglie che fino a pochi anni fa pensavano di essere al riparo: lavoratori con redditi insufficienti, persone che hanno perso stabilità, nuclei familiari che faticano a sostenere spese diventate ormai difficili da affrontare.
Sono fragilità spesso invisibili, accompagnate talvolta dalla vergogna e dalla solitudine. Molte persone rischiano di essere dimenticate e affidate soltanto alla rete del volontariato, una delle espressioni più importanti di solidarietà rimaste nella società, ma che non può sostituire il ruolo delle istituzioni.
Ci sono lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono più a percepirla come una garanzia per il futuro. La precarietà e la difficoltà di conciliare redditi e costi della vita hanno cambiato il rapporto tra lavoro e sicurezza.
Ci sono giovani per i quali la casa, simbolo di indipendenza e costruzione del proprio percorso, rischia di diventare un lusso o un miraggio. Affitti troppo elevati, salari spesso insufficienti e instabilità lavorativa rendono più difficile compiere scelte che un tempo sembravano naturali: vivere da soli, costruire una famiglia, progettare il futuro.
E da quì la fuga. Non soltanto quella dei cosiddetti “cervelli”, ma una più ampia fuga di “prospettive”.
Ragazze e ragazzi che lasciano il proprio territorio o il proprio Paese non sempre per inseguire grandi ambizioni, ma spesso per cercare condizioni che dovrebbero essere normali: un lavoro dignitoso, autonomia, possibilità.
Quando una generazione parte perché non vede alternative, il problema non riguarda soltanto chi se ne va. Riguarda un Paese che perde energie, competenze e futuro.
E ci sono famiglie che rinunciano ad avere figli non per mancanza di desiderio, ma perché l’incertezza economica rende difficile immaginare un domani sereno.
Il calo delle nascite non è soltanto un dato statistico: racconta una società che fatica a trasmettere fiducia nelle nuove generazioni.
Ci sono poi gli anziani e i pensionati.
Persone che hanno lavorato una vita e che oggi devono fare i conti con assegni insufficienti rispetto al costo reale della vita. Ma ci sono anche persone che, per percorsi complessi, non hanno potuto costruirsi una pensione adeguata: lavori discontinui, periodi difficili, occupazioni poco tutelate.
Non spetta alla società giudicare queste storie. Spetta garantire dignità.
Perché il valore di una persona non può dipendere soltanto dalla continuità del suo percorso lavorativo o dalla possibilità che ha avuto di accumulare contributi.
C’è poi il diritto alla salute.
Un diritto fondamentale che rischia, per molti cittadini, di trasformarsi in un privilegio. Liste d’attesa troppo lunghe, difficoltà di accesso alle cure, persone costrette a rinunciare a visite ed esami perché non possono permettersi alternative private.
Quando curarsi diventa una possibilità legata al reddito, qualcosa nel patto sociale si indebolisce.
La salute è uno dei pilastri del patto sociale. Quando un cittadino deve scegliere se curarsi o rinunciare perché non può permetterselo, non siamo davanti soltanto a un problema organizzativo: è una ferita al principio di uguaglianza su cui si fonda la Repubblica
Ma la fragilità dell’Italia non riguarda soltanto le persone.
Riguarda anche i territori: aree interne che si spopolano, comuni privati progressivamente di servizi, zone esposte al dissesto idrogeologico e agli effetti dei cambiamenti climatici. Un Paese ricco di ambiente e bellezza, ma spesso incapace di proteggerli adeguatamente.
C’è la questione energetica, con il peso dei costi sulle famiglie e sulle imprese, e la necessità di una transizione ecologica che sappia conciliare tutela dell’ambiente, lavoro e sviluppo.
E resta il divario tra Nord e Sud, una distanza storica che, nonostante decenni di interventi e promesse, è ancora lontana dall’essere colmata: nelle infrastrutture, nei servizi, nelle opportunità.
C’è poi la scuola, uno dei luoghi fondamentali dove si costruisce il futuro di un Paese.
Una società che non investe abbastanza nell’istruzione rischia di ampliare le disuguaglianze, perché non tutti partono dalle stesse condizioni e non tutti hanno le stesse opportunità.
E c’è il tema della cultura, non come qualcosa di distante dalla vita quotidiana, ma come strumento di consapevolezza, partecipazione e libertà.
In un’epoca segnata dalla velocità delle informazioni, dalla diffusione di notizie false e da un dibattito pubblico spesso ridotto a slogan, la capacità di comprendere, analizzare e distinguere diventa una necessità democratica.
Il problema dell’analfabetismo funzionale, cioè la difficoltà di molte persone nel comprendere pienamente testi e informazioni pur avendo frequentato la scuola, non riguarda soltanto il mondo dell’istruzione: riguarda la qualità stessa della democrazia.
Perché cittadini più fragili sul piano della conoscenza sono anche più esposti alla semplificazione, alla manipolazione e alla propaganda.
È questo il Paese reale.
E probabilmente l’elenco potrebbe essere ancora molto più lungo. Drammaticamente più lungo.
Perché ogni problema raccontato ne nasconde altri: storie personali, difficoltà quotidiane, fragilità che spesso non arrivano sulle prime pagine e che raramente entrano nel dibattito politico se non quando diventano emergenze.
Dietro i numeri ci sono persone. E dietro ogni persona c’è una storia che chiede attenzione, ascolto e dignità.
Un Paese che non chiede soltanto promesse, ma presenza. Non soltanto slogan, ma risposte.
La propaganda funziona proprio così: prende un problema reale, lo semplifica, individua un responsabile immediato, un nemico da adittare, e offre una spiegazione facile a una realtà molto più complessa.
Il problema non è soltanto capire perché alcune persone scelgano risposte radicali o slogan semplici.
La domanda più profonda è: perché quelle risposte riescono a trovare spazio?
Perché una parte dell’Italia sente di non avere più una rappresentanza capace di ascoltarla.
Qui emerge anche una responsabilità della sinistra.
Una responsabilità importante, perché storicamente la sinistra aveva costruito gran parte della propria identità sul rapporto con il mondo del lavoro, con le fasce popolari e con chi rischiava di rimanere indietro.
Quel legame, negli anni, si è indebolito.
Una parte della sinistra ha continuato a difendere principi importanti, ma spesso ha dato l’impressione di parlare un linguaggio distante dalla quotidianità di molte persone: dalla difficoltà di arrivare alla fine del mese, dal problema della casa, dalla precarietà, dalla paura del declino sociale.
Non basta difendere valori fondamentali se non si riesce contemporaneamente a essere presenti nelle condizioni materiali delle persone.
Ma anche chi propone soluzioni semplici indicando un nemico rischia di offrire soltanto una scorciatoia.
Le paure dei cittadini meritano ascolto, non manipolazione.
Lasciare spazio vuoto significa permettere ad altri di occuparlo.
E spesso chi arriva dopo non offre necessariamente soluzioni migliori: offre soltanto risposte più immediate, più facili da comprendere, più capaci di intercettare rabbia e paura.
Il problema dell’Italia di oggi forse non è soltanto una società più impaurita.
È una società che troppo spesso non si sente ascoltata.
E quando la politica smette di ascoltare il Paese reale, il Paese cerca altrove qualcuno che lo faccia.
E il resto è storia e memoria.
Una storia che abbiamo già conosciuto e che dovrebbe rappresentare un monito per tutti.
Una memoria che spesso viene celebrata nelle ricorrenze, ricordata nelle parole ufficiali, ma troppo raramente utilizzata come strumento per riconoscere i segnali del presente ed evitare di ripetere gli stessi errori.
Perché quando le paure vengono alimentate, quando il disagio viene trasformato in odio verso un nemico, quando la complessità viene sostituita da risposte facili, le democrazie possono aprire porte che la memoria dovrebbe insegnarci a tenere chiuse.
La democrazia non si difende soltanto ricordando il passato.
Si difende anche evitando che le condizioni che hanno prodotto le sue ferite possano ripresentarsi.
Ascoltare il Paese, affrontare i problemi reali e restituire fiducia ai cittadini non è soltanto una scelta politica.
È una responsabilità verso il futuro.
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Non sono stato breve. Lo so.
In un tempo in cui la comunicazione è spesso fatta soltanto di titoli, immagini veloci e messaggi immediati, e in cui l’attenzione di chi legge è inevitabilmente più frammentata, questa scelta può apparire controcorrente.
Ma alcuni temi non possono essere compressi senza perdere il loro significato.
Come vi avevo anticipato, raccontare un Paese, le sue fragilità, le sue paure e le sue contraddizioni richiede tempo. Richiede la volontà di andare oltre la superficie, oltre l’emozione del momento, oltre lo slogan.
Forse oggi leggere qualche riga in più è diventato più difficile. Ma proprio per questo è ancora più necessario provare a fermarsi, riflettere e comprendere.
Perché una società complessa non può essere raccontata soltanto attraverso risposte semplici.
[Immagine di copertina elaborata da AntoRiva con il supporto dell’intelligenza artificiale per © Polis SA Magazine]
Antonello Rivano

Antonello Rivano è Direttore/Coordinatore Nazionale della Redazione di Polis SA Magazine. Giornalista, scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. E’ stato Caporedazione di il PONENTINO.it, versione digitale della storica testata del Ponente genovese. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.
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