Senza Nazionale
Dodici anni senza Mondiale raccontano molto più di una crisi sportiva: il cambiamento di un Paese e dei suoi simboli condivisi

Senza Nazionale
C’era un tempo in cui la Nazionale non era solo una squadra. Era un appuntamento emotivo collettivo, quasi un linguaggio comune. Le estati italiane si misuravano attraverso i Mondiali, le strade si svuotavano o si riempivano allo stesso modo, e per qualche settimana il Paese sembrava riconoscersi in una sola voce.
Oggi, l’assenza della Nazionale dal più grande appuntamento calcistico del pianeta non è solo un dato sportivo. È una mancanza simbolica che apre una domanda più ampia: che cosa è cambiato nel rapporto tra il calcio e la società italiana?
Sono passati dodici anni dall’ultima apparizione dell’Italia a un Mondiale. Dodici anni non sono soltanto un dato statistico. Sono il tempo di una generazione cresciuta senza vedere gli Azzurri sul palcoscenico più importante del calcio. Un tempo sufficiente perché il ricordo di certe emozioni collettive smetta di essere esperienza vissuta e diventi racconto, memoria, nostalgia.
Ma quei dodici anni non sono solo un’assenza sportiva. Sono anni in cui è cambiato il modo stesso di vivere il calcio e, più in generale, il tempo collettivo. Il calcio è diventato sempre più globale e sempre meno nazionale, sempre più legato ai club e sempre meno a un’identità comune. Le partite si sono moltiplicate, i calendari si sono saturati, le competizioni internazionali hanno preso il posto dei racconti unici.
Nel frattempo è cambiato anche il pubblico: non più un blocco unico, ma una somma di appartenenze diverse, spesso sovrapposte e in competizione tra loro. Il tifo si è frammentato, la fruizione è diventata individuale, digitale, continua ma dispersa. Anche il modo di parlare di calcio si è polarizzato, trasformandosi in schieramento più che in racconto condiviso.
Per capire davvero questa trasformazione bisogna tornare indietro. A un calcio che non era soltanto intrattenimento, ma racconto collettivo. I suoi protagonisti non erano solo campioni di club, ma figure che finivano per appartenere a tutti, anche a chi il calcio lo seguiva distrattamente o non lo seguiva affatto.
Gigi Riva, per esempio, non è stato soltanto il simbolo del Cagliari e di una stagione irripetibile del calcio italiano. Era qualcosa di più raro: un punto fermo, una figura sobria e lontana dai riflettori, capace di incarnare un’idea di serietà e appartenenza che travalicava lo sport.
Poi arrivano gli anni delle grandi narrazioni televisive e delle notti mondiali. Paolo Rossi, con il Mundial del 1982, non rappresenta solo una vittoria sportiva: diventa il simbolo di una rinascita collettiva, di un Paese che ritrova fiducia attraverso il calcio.
Ma quell’estate del 1982 è anche la corsa di Marco Tardelli e il suo urlo dopo il gol in finale, un gesto diventato iconico perché rompeva ogni distanza tra campo e tribuna, tra atleta e Paese. In quell’esplosione emotiva c’era qualcosa di più del calcio: una liberazione collettiva immediata, condivisa, quasi fisica.
E c’è anche la figura di Sandro Pertini, in tribuna, esultante come un tifoso qualunque. Non spettatore distante, ma parte di un abbraccio collettivo. In quel gesto c’era l’idea di un Paese che, per un attimo, si riconosceva in qualcosa di comune. E sempre il Presidente della Repubblica Italiana, fotografato mentre gioca a carte, sull’aarero di ritorno dai mndiali, con Bearzot, Zoff e Causio.
Quella fotografia raccontava molto più di un semplice momento di svago. Era l’immagine di un potere istituzionale che si abbassava al livello umano, che smetteva per un attimo di incarnare la distanza e si lasciava attraversare dalla stessa leggerezza di chi aveva appena vissuto un’impresa sportiva. Pertini non era lì come figura formale, ma come parte di un gruppo, dentro una scena che somigliava più a un dopogara prolungato che a un rientro ufficiale.
Attorno a lui, Bearzot, Zoff e Causio non erano soltanto atleti celebrati, ma compagni di viaggio di un’esperienza condivisa. Il tavolo da carte diventava così il prolungamento naturale di uno spogliatoio ideale, dove le gerarchie si attenuavano e restava soltanto il senso di un risultato comune. E su quel tavolo, quasi a sigillare la scena, la Coppa del Mondo: non come trofeo distante o intoccabile, ma come presenza concreta dentro un momento di quotidianità sospesa.
In quella scena si condensava un’idea precisa di Paese: non verticale, non distante, ma capace di riconoscersi in una stessa emozione senza filtri. Era la politica e la massima Carica dello stato che si lasciavano attraversare dallo sport, e lo sport che diventava linguaggio civile.
Negli anni Novanta e Duemila questa dimensione continua, ma inizia a cambiare forma. Roberto Baggio è forse la figura più emblematica di questa transizione: talento, fragilità, il rigore di Pasadena, il silenzio dopo la caduta. Anche chi non seguiva il calcio conosceva il suo nome, perché era diventato linguaggio condiviso.
Accanto a lui, Del Piero e Totti rappresentano l’ultima stagione in cui i campioni riescono ancora a essere riferimenti trasversali. Non solo bandiere di club, ma volti riconoscibili di un immaginario comune.
Ma già allora il contesto stava cambiando. Il calcio diventava sempre più business, sempre più globale, sempre più distante da quella dimensione popolare che lo aveva reso linguaggio condiviso. Il tifoso diventava progressivamente consumatore.
Il punto di rottura simbolico arriva nel 2006, con Fabio Cannavaro che solleva la Coppa del Mondo e una Nazionale capace di ricompattare per un momento un Paese intero. Lì si ha forse l’ultima vera percezione di unità emotiva attorno al calcio italiano. Poi, lentamente, quella sensazione si è rarefatta.
In questo scenario, la Nazionale perde centralità non solo perché non vince o non si qualifica, ma perché è venuto meno il contesto che la rendeva un fatto collettivo. Non è il calcio a essersi indebolito: è il modo in cui veniva condiviso.
Oggi il calcio è un ecosistema frammentato. Club, leghe, competizioni internazionali, calendari saturi. E soprattutto un pubblico diviso, non più unito da un’unica narrazione, ma da appartenenze multiple e spesso sovrapposte.
Il tifo calcistico, nella sua forma più accesa, vive di contrapposizione. E quando si indebolisce un sentire comune più ampio, queste appartenenze tendono a farsi più rigide, più identitarie, più chiuse. Non descrivono solo lo sport: descrivono un modo di stare nel tempo presente.
Forse la domanda più interessante non è cosa manchi alla Nazionale, ma cosa il calcio abbia smesso di rappresentare. Se un tempo era uno specchio del Paese, oggi è uno dei tanti specchi di una realtà più complessa, più individuale, meno unitaria.
E allora il calcio senza Nazionale diventa quasi una metafora: non solo di una crisi sportiva, ma di una difficoltà più ampia nel riconoscersi in qualcosa di comune.
Resta il gioco, resta la passione, restano le squadre. Ma il sentimento collettivo, quello che trasformava una partita in un evento nazionale, sembra appartenere a un’altra epoca.
Forse non è soltanto il calcio italiano a essere cambiato. È il modo in cui un Paese si riconosce attraverso ciò che guarda, ciò che tifa, ciò che condivide.
E quando viene meno quello sguardo comune, anche il calcio smette di essere soltanto uno sport.
E allora, in questi giorni di un Mondiale senza la “nostra” Nazionale, non resta che il ricordo della corsa di Tardelli, di un Presidente della Repubblica che gioca a carte con i Campioni del Mondo, e di quell’ultima Coppa alzata da Fabio Cannavaro verso il cielo, pieno di stelle, di Berlino.
Antonello Rivano
Antonello Rivano è direttore/coordinatore della Redazione Nazionale di Polis SA Magazine. Giornalista, scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.

