Sab. Mag 15th, 2021
Il carnevale periodo di sovvertimento e di bizzarrie

Il carnevale, periodo di sovvertimento e di bizzarrie

Il giorno di Carnevale, ovvero il martedì grasso (quest’anno ricorre il 16 febbraio prossimo venturo), è lecito impazzire: è quanto recita il detto latino “Semel in anno licet insanire”, che appunto ricorda il sovvertimento dei ruoli tra “padroni” e “servitori” (ideali e reali) in atto durante questa festa.

Dagli antichi romani a noi. Le tradizioni popolari in Italia e la gastronomia sanseverinese.

Di Anna Maria Noia

Il giorno di Carnevale, che quest’anno ricorre il 16 febbraio, è lecito ‘insanìre’: è quanto recita il detto latino “Semel in anno licet insanìre”, che appunto ricorda il sovvertimento dei ruoli tra “padroni” e “servitori”. Questa festa  un po’ macabra, un po’ grottesca, assume toni quasi tragici – oltre che concitati-; si ricordino, per gli appassionati di etnografia ed antropologia, gli esiti del celebre carnevale di Romans – “cantato” da Le Roy Ladurie. Un classico delle scienze sociali, che racconta di conflitti che si esasperano – tra finzione e realtà – quando si oltrepassano i labili limiti tra razionalità e follia.

Il carnevale periodo di sovvertimento e di bizzarrie

Del Carnevale si sono occupati etnografi del calibro di Alfredo Cattabiani e Annabella Rossi, ma anche – più recentemente – studiosi quali Domenico Scafoglio. L’etimo Carnevale può derivare da “carnem levare” e “caro, vale!” – in quanto, con il mercoledì delle Ceneri e l’avvento della Quaresima (quadragesima dies – quarantesimo giorno), si “elimina la carne” dalla dieta quotidiana;  per compiere un atto di purificazione e di mortificazione in vista della Pasqua.

La parola Carnevale potrebbe derivare, oppure,  da “carrum navalis”, che ricorda – già nel termine – i famosi carri allegorici, che hanno segnato la storia e fatto la fortuna di luoghi come Ivrea, Venezia, Viareggio, Cento e – nel Sud Italia – Putignano ma anche Montemarano, Montoro e altre località irpine.

Tantissime le maschere che sono state create per sbeffeggiare e mettere in caricatura i “difetti” e/o le caratteristiche degli Italiani.  Tra le mascherine più conosciute, ricordiamo il dottor Balanzone ( da Bologna, “la dotta”) – con il costume che ricorda l’abbigliamento adottato dai medici durante le pestilenze. Pantalone, invece,  è una maschera veneziana che ricorda la caratteristica “taccagneria” e/o “micragna” veneta. Infine, pare che il personaggio dello spaccone Capitan Fracassa – originario della Liguria – sia stato ispirato da Gaspare Sanseverino. Tantissime le maschere sono state create per sbeffeggiare e mettere in caricatura i “difetti” e/o le caratteristiche degli Italiani.  

Il carnevale periodo di sovvertimento e di bizzarrie

Eccoci, infine, alla maschera (infingarda, beffarda,irriverente, furbetta e maligna) più partenopea che ci sia: Pulcinella che rappresenta, metaforicamente, la morte  (come già il francese Pierrot,  vestito di bianco e di nero). Quando Pulcinella “cavalca” la “vecchia” (col bastone o randello), è simbolo – invece – di sessualità e fecondità. Pulcinella potrebbe derivare da personaggi che si perdono nella notte dei tempi: Puccio d’Aniello, Paul Cinelli (in Inglese), Oddone di Polliceno, Pulcino. Anche nella Roma plautina, sembra, sia stata “ideata” una mascherina come Pulcinella (Maccus, Buccus, Pappus).  Pulcinella, quindi, ha origini davvero molto antiche. Lo stesso vocabolo “maschera” indica la “persona”: poiché nel teatro latino, la maschera era originariamente di legno e pertanto “per-suonava” (risuonava).

A  Mercato S. Severino, negli ultimi anni,  nonostante il costante impegno delle Amministrazioni e di varie associazioni, quali “Il gabbiano” di Carifi e Torello a S. Severino e altri sodalizi del Salernitano – la tradizione è un po’ “scemata”. Ovviamente, anche in concomitanza dell’avvento del Coronavirus. Emerge, però, a S. Severino (ancora adesso) il retaggio del cosiddetto “Ballintreccio”. Una tradizione complessa e vivace, ricca di implicazioni;  rievocata dai membri dell’associazione “Alfonso Gatto” – presente nella frazione sanseverinese di Curteri.

Una volta, tanto tempo fa, il Carnevale in questa cittadina, era sentito ed atteso, era denso di eventi; era rappresentata la Zeza o Lucrezia  (una “dichiarazione d’amore” piena zeppa di allusioni e doppi sensi, come nel famoso ‘contrasto’ di Cielo d’Alcamo). Tradizione voleva che vi fossero i “classici” notabili (persone “importanti”, opportunamente benvestite/mascherate) “con i cuppetielli dietro” – seriosi; a sfilare con tanto di pernacchie e lazzi, sfottò (appunto i sunnominati “cuppetielli”) tra il divertimento e il chiasso della gente.

Ogni località, in tutta Italia, ha poi sviluppato una dimensione del Carnevale; ad Ivrea c’è il lancio delle arance; a Venezia (dove tutto è barocco, anche la maschera del Domino) invece c’è il “volo dell’Angelo” o “della Colombina”. Nel Beneventano e nel Montorese vi sono tante occasioni per celebrare il Martedì Grasso – tra confetti e oggetti lanciati sulla  gente in maschera.

Il carnevale periodo di sovvertimento e di bizzarrie

Concludiamo questa ideale carrellata – che potrebbe essere maggiormente approfondita in altri studi, talmente è ricco e variegato l’universo rappresentato da questo fenomeno etnografico/antropologico così articolato con dei cenni sulla  produzione gastronomica carnascialesca

La gastronomia

Tra S. Severino e la Valle Irno, ma non solo, il Carnevale inizia – tradizionalmente – con S. Antonio abate: il 17 gennaio. Tralasciando il complesso culto del fuoco, legato alla figura del santo barbuto (ci sarebbe tanto da tramandare alle nuove generazioni!) il piatto forte della cucina di questo periodo è il soffritto. Il soffritto si fa con le interiora di maiale (fegato, cuore, rene o rognone), tagliate finemente; con la salsa (concentrata) di pomodoro – arricchita con peperoni e con un’abbondante “spolverata” di foglie di lauro od alloro. Infine, un po’ di formaggio pecorino.

È questo il vero retaggio culturale del carnevale; sebbene ci siano – anche – le classiche lasagne; alla Napoletana, ricchissime di uova, salame, formaggio e polpettine fritte; oppure alla Bolognese – con diverse altri ingredienti. Le lasagne – rigorosamente al plurale – risalirebbero alla cucina degli antichi Romani.

Prima delle Ceneri, in cui “si mangia (di) magro”, il Carnevale vede impazzare sulle tavole carni succulente – in special modo di maiale. Ecco, pertanto, polpette; braciole e altre leccornie. Ricordiamo anche la “tiella” (tegame) sanseverinese; le “frionzole” (specialità fritte) e dolci come il sanguinaccio. Il sanguinaccio è il principe della gastronomia campana – a base di sangue di maiale; liquore; cedri canditi; cacao; cioccolato fondente; pinoli e aromi vari. Infine, concludiamo con le castagnole; i krapfen (o bomboloni, ricetta italiana ma mutuata – anche – dai Paesi nordici) e soprattutto con le chiacchiere. Queste ultime chiamate – nelle varie tonalità vernacolari regionali – anche frappe, bugie o cenci.

Dunque il Carnevale è una festa legata ai riti misterici Romani, come i Saturnalia (in onore del dio Saturno), come i Bacchanalia o come i Lupercalia, dedicati alla Lupa che, secondo la leggenda, allattò Romolo e Remo.

Anna Maria Noia

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