La leggenda della pastiera napoletana: le sue antiche radici tra mito ed origini storiche

Galeotto fu il canto di Phartenope che ispirò la creazione di un simbolo d’eccellenza della tradizione culinaria partenopea che rappresenta i due regni della Natura che si rinnova.

Di Silvia De Cristofaro

L’arte dolciaria, di tradizione partenopea, vanta un gioiello da un gusto caratterizzato da fragranze odorose, che profumano di spezie orientali: la Pastiera Napoletana

Un’usanza di antichissime origini, impone che lo si confezioni non oltre il Giovedì od il Venerdì Santo proprio per diffondere nelle nostre cucine gli aromi del cedro e delle spezie che caratterizzano sua maestà la pastiera.

Sempre più diffusa, e presente sulle nostre tavole, nel periodo delle festività pasquali, la pastiera è diventata, contendendosi il titolo con il gustoso babà, un’eccellenza della pasticceria napoletana che orgogliosamente ne tramanda la ricetta autentica caratterizzata dall’utilizzo del grano, delle uova e dei fiori d’arancio che assieme simboleggiano la Resurrezione e la vita che si rinnova.

-La sirena Parthenope-

Le sue origini risalgono all’età pagana e ad una leggenda legata alla sirena Parthenope che deliziava gli abitanti del golfo di Napoli con melodie armoniose.

Il canto d’amore soave, profuso dalla sirena incantatrice che dimorava nelle cristalline acque del golfo, incantava i napoletani che per ringraziarla affidarono a sette deliziose fanciulle l’incarico di regalare alla bella sirena i prodotti della terra più preziosi: il grano, bollito nel latte, emblema della natura che si risveglia, della speranza, della fecondità, l’acqua dei fiori d’arancio che augurano felicità ed abbondanza, le spezie che rappresentano la potenza di sortilegi e magie, le uova simbolo della creazione (“omnevivum ex ovo” insegnavano gli antichi romani “tutto ciò che vive viene dall’uovo”), la ricotta e la farina che ci riconducono al mondo genuino ed umile della pastorizia, lo zucchero che donava ebbrezza ed euforia.

-Cerere-

Di mescolanze, si narra in un’altra leggenda che racconta di  mogli dei pescatori che avevano l’usanza di lasciare sulla spiaggia cesti contenenti proprio gli ingredienti della pastiera in offerta al Mare come segno di protezione per i marinai che affrontavano onde e tempeste.

Furono, secondo questa leggenda pagana, i flutti di un mare burrascoso a miscelare questi ingredienti per poi far ritrovare in riva a queste donne una crostata già bell’e pronta che è la nostra pastiera. La cui invenzione è possibile attribuire alle sacerdotesse di Cerere (il cui culto era molto sentito dai cittadini napoletani tanto che molte giovani fanciulle nobili decidevano di dedicarsi completamente alla dea della terra e della fertilità): le fanciulle vergini, all’inizio di ogni primavera, portavano in processione uova e crema di ricotta mischiata al grano cotto.

-San Gregorio Armeno-

Nel sedicesimo secolo, in un convento benedettino di San Gregorio Armeno, si narra di una suora che si dilettava nella preparazione di un dolce che racchiudesse attraverso un aroma paradisiaco la testimonianza della presenza del Signore. Le suore, maestre di questa particolarissima preparazione, regalavano le pastiere alle famiglie benestanti della borghesia.

Le striscioline di pastafrolla che formano la griglia al di sopra del dolce debbono essere sette (quattro in un senso e tre nel senso trasversale, a croce greca, per simboleggiare la planimetria di Neapolis come ancora oggi si presenta con i tre Decumani e con i Cardini che li attraversano in senso trasversale, rappresentando la città stessa).

-La “Pastiera” e la planimetria di Nepaolis (Napoli)-

Il termine “pastiera” è per la prima volta menzionato nel 1634 dallo scrittore Giambattista Basile in “La gatta Cenerentola”, sesto racconto del “Pentamerone” contenuto ne “Lo cunto de li cunti“.

Ippolito Cavalcanti, cuoco e letterato, appassionato della cucina tradizionale partenopea riporta la ricetta della pastiera nel suo scritto “Cusina casarinola all’uso nuosto napolitano”. Ed infine un’ultima leggenda ci riporta ad una vicenda legata a Maria Teresa d’Austria, sposa del re Ferdinando II di Borbone, che non incline al riso, si lasciò invece intenerire assaggiando una fetta di pastiera.

E’ il caso di dire, come nel miglior dei finali delle fiabe, che da quel momento “vissero felici e contenti”. Il sorriso della bella austriaca sembra abbia sollecitato i sudditi a coniare il termine “magnatell’ na risata” che significa, in lingua napoletana, mangia una risata, fatti una risata, sorridi.

Buona Pasqua, augurandovi di sorridere sempre.

Silvia De Cristofaro

Immagine di copertina tratta da
https://www.ricettamediterranea.it/ricetta-pastiera-napoletana-la-tradizione-dal-sapore-di-casa/ (link ricetta “Pastiera”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *