Ven. Mar 1st, 2024

La guerra

L’Italia entrò in guerra al fianco dei nazisti e noi giovani fummo catapultati in questa triste e maledetta “seconda guerra mondiale”. I motivi di questa guerra non li capivamo

Racconto di Nicola Taiani


Emilio Taiani, classe 1917.
Nella vita civile facevo lo “spasaro”, il cestaio. Ero specializzato a fare le “sporte”, che erano delle grosse ceste fatte d’intrecci di legno sottile, e servivano a trasportare qualunque genere di frutta.
Era il mese di luglio del 1942, avevo venticinque anni, ero militare già da quattro anni. Ero in fanteria, 54° reggimento – Distretto di Salerno (39) – matricola 2860.


Avevo già fatto la guerra alla FRONTIERA ALPINA OCCIDENTALE dall’11 al 25 giugno 1940 contro la Francia e in seguito, guerra alla FRONTIERA GRECO ALBANESE dal 01 febbraio al 23 aprile 1941 contro la Grecia.
Partimmo alla conquista dell’Unione sovietica. Prima con il II° Btg mortai da 81 e dopo con il III° Btg mortai di Ravenna.
ARMIR, corpo di spedizione italiano, duecentomila soldati per raggiungere Stalingrado.


I motivi di questa guerra non li capivamo.
L’Italia entrò in guerra al fianco dei nazisti e noi giovani fummo catapultati in questa triste e maledetta “seconda guerra mondiale”.
Loro, i Tedeschi, ben equipaggiati militarmente sia in armi che in uniformi, mentre noi, poveri soldati Italiani, mali attrezzati e con pochi mezzi e armi a disposizione.


Le nostre scarpe erano di una sostanza simile al cartone (tipo confezione per valige di quelle che usavano gli emigranti per andare in America) per cui quando si bagnavano esse si “sponzavano”, per questo le
avvolgevamo con stracci o altre cose che ci capitavano e poi le legavamo con spago o fil di ferro.


E poi le divise militari non erano adatte a sopportare le basse temperature che da lì a pochi mesi sarebbero scese sull’Unione Sovietica direttamente dalla Siberia. Hitler e Mussolini erano convinti che la conquista dell’Unione Sovietica sarebbe stata un’operazione lampo.


Non fu così.
Passarono alcuni mesi. Venne l’inverno.
Ricordo ancora il freddo che ti gelava le mani, le dita, la punta del naso, e ti ghiacciava anche la barba lunga, che non potevi tagliare perché mancavano le più elementari forme di comodità.


Tanti morirono per congelamento.
Fummo sconfitti e quindi costretti alla ritirata, o almeno il “tentativo di ritirata” per noi Italiani, perché i tedeschi, nostri alleati, per coprire la loro fuga, ci obbligarono a restare “in prima linea” , caso contrario ci
avrebbero fucilati, per cui molti nostri soldati morirono sia per il fuoco nemico che quello amico.


Fu una carneficina.


Riuscimmo comunque a scappare nelle campagne russe e con nostra grande sorpresa trovammo fra i civili del luogo, tanta solidarietà e aiuto.
Noi non sapevamo più da chi difenderci. Da un lato ci cercavano i Sovietici e dall’altra ci cercavano i nazisti che ci consideravano traditori.
Io e i miei compagni, fummo ospitati da alcuni contadini del posto, i quali ci nascosero nelle loro “Isbe”, case di campagna, ci diedero da mangiare e da dormire per un certo periodo.

E fu qui che trovai un vecchio campagnolo di origini Italiane che ci nascose nella sua stalla, nel fienile, tra la paglia e i topi . L’incontro con questa persona fu commovente. Quando entrammo nella sua casa, eravamo un po’ timorosi, poiché non sapevamo se ci avessero accolto, oppure ci avrebbero denunciati ai militari russi.


Intanto questo vecchio ci fece sedere attorno al tavolo poi ci prese da bere e poi qualcosa da mangiare, tutto questo senza dirci nemmeno una parola, solo gesti, come se fosse muto.


Quando a un tratto vidi attaccato alla parete una fotografia, era una cartolina della veduta di Napoli, allora
mi sono alzato per avvicinarmi e vedere meglio un pezzo della nostra Italia, un pezzo della mia terra, messo lì sotto gli occhi ormai lucidi, quando il vecchio disse: “ non portatemela via, questa è mia”.


Quelle erano le sue prime parole che sentivamo e per giunta in Italiano.
Poi ci spiegò che era originario della provincia di Napoli e viveva lì dalla prima guerra mondiale, o forse, come abbiamo immaginato dopo, uno dei tanti comunisti Italiani costretti a fuggire dal regime fascista.


Dopo alcuni giorni ci mettemmo in marcia, alla ricerca di qualche comando Italiano per aggregarci e rientrare in Patria.


L’Italia era molto lontana e di Italiani in giro non se ne vedevano e poi, noi, non avevamo niente di niente, solamente la voglia di fuggire da un paese che non era il nostro e scappare da una guerra che non volevamo.


Ricordo che una notte siamo arrivati in un posto, era buio, e vedemmo a terra dei militari che dormivano, notammo che erano Italiani. Era circa l’una di notte e per non disturbarli non li svegliammo.


Ci siamo messi a dormire accanto a loro. Appena spuntò l’alba, con il primo bagliore di luce ci siamo svegliati e con nostra grande sorpresa e stupore,
abbiamo scoperto che quei militari non stavano dormendo, erano morti.


Morti.
Ammazzati da quella maledetta guerra.
Siamo scappati con tanta paura e tanta rabbia addosso.
Scappavamo, ma per quale direzione non lo sapevamo, anche quei pochi viveri che avevamo erano finiti. Camminammo tra i boschi coperti di neve, tanta neve, e qui incontrammo un altro gruppetto di militari
Italiani in fuga come noi e ci aggregammo a loro. In tutto eravamo una decina di persone.


Abbiamo camminato per giorni e giorni tra la neve morbida e il ghiaccio pericoloso. La fame e la stanchezza si facevano sentire, l’abbigliamento era a brandelli, le scarpe erano mezze rotte, la barba lunga, e l’unica cosa che mangiavamo o meglio bevevamo, era la neve.


E poi il freddo, tanto freddo. GENERALE INVERNO aveva fatto molte vittime per assideramento. Ormai ero esausto non ce la facevo più, i miei compagni cercavano di aiutarmi, mi esortavano a resistere, a continuare, ma ormai le mie forze erano esaurite. E tra il pianto e le poche parole che uscirono dalla mia bocca li convinsi ad abbandonarmi lì in mezzo ai boschi.


Ci salutammo e loro se ne andarono, e prima di lasciarmi m’indicarono la strada che avrebbero percorso, nel caso avessi cambiato idea. Non avevo nemmeno la forza di cambiare idea.


Rimasi solo in quel bosco, tutto era irreale, silenzioso. Stetti qualche ora da solo assorto nei miei pensieri, aspettando la morte. Pensavo alla mia famiglia, a mia moglie e ai miei due figli, di cui uno era nato l’anno prima e non conoscevo ancora, che mi aspettavano in Italia, nel mio piccolo paese.
All’improvviso, incominciai a sentire in lontananza, spari di fucili e di cannoni, forse soldati Russi o Tedeschi, comunque nemici, a questo punto invocai la Madonna di Pompei e gli dissi: “ Madonna mia aiutami, o mi
fai morire subito, oppure dammi la forza di andarmene da questo posto e raggiungere i miei compagni”.


Dopo qualche minuto sentii un calore che partiva dalla punta dei piedi fino alla testa, e come d’incanto mi passò quel freddo, smisi di piangere e mi venne tanta forza che mi fece alzare e incominciai a correre, e
nonostante affondassi nella neve, che rallentava i miei movimenti, riuscii ad allontanarmi da quel luogo. Era incredibile quanta energia mi aggredì.


Quei rumori che avevo sentito alle mie spalle, ormai non li sentivo più, e solamente dopo qualche ora raggiunsi i miei compagni, quando li abbracciai, mi lasciai andare in un pianto liberatorio. Rimasero tutti
increduli di come fosse stato possibile raggiungerli, viste le mie condizioni.
Ci incamminammo ancora per qualche giorno e poi finalmente trovammo una colonna di soldati Italiani, in ritirata come noi.


In qualche modo fummo nutriti e rimessi in sesto. E poi ancora tanta strada per rientrare in Italia, saranno stati forse 1.000 km o anche più, fatti a piedi o a dorso di mulo, in quelle steppe interminabili tra la neve mista a fango.
Strada facendo, incontrammo tanti soldati morti, ai quali venivano tolte le scarpe, perché queste erano un bene prezioso per noi che avevamo ancora tanto cammino da fare.


Infine avvistammo le “tradotte” che ci avrebbero portati in Italia.
Quando finalmente giungemmo in Patria, era il mese di marzo del 1943, ci mandarono ad Alessandria. Qui subito scrissi una lettera a mia moglie, o meglio, mi feci scrivere una lettera da un amico che sapeva scrivere e leggere, io non potevo perché non sapevo fare né l’uno né l’altro, come quasi la maggior parte di quelli della mia età, perché ai miei tempi anche le scuole elementari erano un lusso.


Ricordo che il mio nome e cognome l’ho imparato a scrivere, proprio sotto le armi. Nella lettera che inviai a mia moglie, più o meno le raccontai della mia avventura e soprattutto gli dissi di recarsi presso la Madonna di Pompei per ringraziarla e pregare per tutti noi. Fu per questo motivo che negli anni successivi una delle mie figlie porta il nome della Madonna di Pompei: MARIA ROSARIA.


Eravamo in uno stato pietoso, in patria la situazione militare era ancora peggiore che al fronte. Lo Stato Italiano non aveva neanche le divise da darci, né tantomeno armi e munizioni e allora come premio della campagna di Russia ci diede un mese di licenza straordinaria.
Ricordo che il viaggio da Alessandria a Napoli, e poi da Napoli a Nocera Superiore fu una vera odissea, ci mettemmo molti giorni.


Raggiunsi il mio paese nel mese di luglio di quell’anno.
Ero irriconoscibile, ero sudicio, non mi lavavo da molti giorni, e poi i pantaloni e la camicia che portavo addosso mi erano stati dati da gente incontrate per strada. Quando finalmente arrivai nelle vicinanze di casa mia, vidi una donna minuta, bionda, era mia moglie, con in braccio un bambino piccolo, era mio figlio.


Il piccolo, che ancora non conoscevo, aveva tredici mesi, quando mi vide, scoppiò a piangere per la paura, perché mi vide tutto sporco, brutto e puzzolente. Ero tornato a casa.


Finita la licenza di un mese, presi di nuovo il treno e ritornai in caserma ad Alessandria. Dopo pochi giorni scoppiò l’inferno.


Era l’08 settembre del 1943 e Il Maresciallo Badoglio aveva firmato l’armistizio. Iniziò un altro calvario per gli Italiani, sia civili che militari, iniziò il rastrellamento, la cattura, la fucilazione la deportazione nei campi di concentramento da parte dei nostri ex alleati TEDESCHI, che ci consideravano dei traditori.


Scappavamo in tutte le direzioni e il nostro obiettivo era di avvicinarci a casa. Ancora in fuga, come in Russia, e ancora tanta strada da fare, questa volta dall’alta Italia fino in Campania, a piedi o con mezzi di fortuna.
Eravamo un gruppo di sette otto soldati, tutti del sud, ci nascondevamo nelle campagne, negli scantinati, nei piccoli paesi, e soprattutto sopra le montagne.


Purtroppo un giorno una pattuglia di militari tedeschi ci catturò, ci tenevano i fucili puntati addosso, la paura era tanta e la mente andava ai tanti soldati e ai tanti civili trovati morti per strada nei giorni
precedenti, fucilati, e pensavamo alla stessa fine che sicuramente ci apprestavamo a fare.


Camminavamo, noi avanti e loro dietro di noi, sempre con i fucili puntati alle nostre spalle, ci stavano portando a una loro postazione.
Ci avrebbero uccisi, oppure condotti in Germania, nei campi di concentramenti. A un certo punto non so se è stata l’incoscienza di mettere a repentaglio anche la vita degli altri o comunque, la forte paura di essere ammazzato, quando all’improvviso ho fatto uno scatto di lato e
contemporaneamente ho spinto il soldato che mi puntava il fucile alle spalle, dentro un fossato molto profondo, cogliendo di sorpresa un po’ tutti, e vista la confusione che si era creata, anche gli altri miei compagni riuscirono a liberarsi e scappammo.


Ci è venuta tanta forza nelle gambe e abbiamo cominciato a scappare, a correre, tanto che sentivamo i polmoni scoppiarci dentro.
Non lo so che fine abbia fatto quel soldato che ho spinto dentro il fossato, Dio solo lo sa, certo era che correvo, correvo, correvo. Era tanta la paura.


Ci rifugiammo in un paesino di montagna, mi pare si chiamasse “Piedimonte d’Alife”, qui la gente ci nascose, ci diede da mangiare, e passavamo ogni notte in una casa diversa. La partecipazione della gente era lodevole.


Ricordo in particolare un ragazzino, che somigliava tanto ai nostri scugnizzi napoletani, era molto furbo, aveva all’incirca dieci anni, e faceva da staffetta per portarci cibo e notizie sull’andamento della guerra.
Appena ci fu data l’occasione ci mettemmo di nuovo in fuga, fino a ricongiungerci a un comando Italiano. Qui oltre al danno, stava per consumarsi anche la beffa, infatti, un Comandante voleva arrestarci per
diserzione.


Poi è prevalso il buon senso da parte di un Capitano della compagnia e siamo stati accolti nel gruppo. Nel foglio matricolare fu annotata la dicitura “sbandati per gli eventi bellici”.
Poi finalmente, dopo tanti lutti e tante sofferenze la guerra finì, era l’otto maggio del 1945. Questa è stata la mia gioventù, i migliori anni bruciati dalla guerra.


(Tratto da “I RACCONTI DEL BRACIERE” di Nicola Taiani)

Racconto presente su http://www.istitutogalanteoliva.it/

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