Mer. Giu 17th, 2026

Lo schermo prima della coscienza

Quando la realtà diventa solo immagine



C’è un istante, oggi, che sembra ripetersi sempre più spesso.
Succede un incidente, una persona sviene, qualcuno litiga, un ragazzo viene umiliato, una donna piange in mezzo alla strada. E attorno non si crea un cerchio di aiuto, ma una platea.

Mani che non tendono soccorso.
Mani che estraggono un telefono.

Viviamo nell’epoca in cui il riflesso automatico non è più “come posso aiutare?”, ma “devo riprenderlo”.
Come se la realtà avesse bisogno di essere validata da una registrazione prima ancora di essere vissuta. Come se il dolore, per esistere davvero, dovesse diventare contenuto.

E così assistiamo a scene surreali: persone ferite circondate da smartphone alzati come torce moderne, tragedie trasformate in clip da condividere in pochi minuti, drammi umani ridotti a sequenze verticali da consumare distrattamente.

Non è solo voyeurismo. Sarebbe una definizione troppo comoda.
È una forma più sottile di distanza: l’idea che, se sto registrando, non sono davvero dentro ciò che accade.

Il telefono crea una barriera invisibile.
Chi filma diventa spettatore, cronista improvvisato, testimone esterno. E in quella distanza si allenta anche il peso della responsabilità.

Un tempo si diceva “ho visto tutto con i miei occhi”.
Oggi conta di più poter dire “ho il video”.

E qui entra in gioco anche il modo in cui lo sguardo viene costruito. Per anni la televisione ha consolidato un linguaggio in cui ciò che accade assume valore soprattutto se può essere mostrato. Poi i social hanno accelerato tutto, rendendo immediata la circolazione di qualunque immagine, senza tempi di elaborazione.

Il risultato è un’abitudine che non fa rumore: osservare invece di comprendere, registrare invece di intervenire, consumare invece di elaborare. E così il confine tra informazione e spettacolo si assottiglia fino quasi a sparire.

Eppure, chi riprende spesso non si percepisce come spettatore cinico.
Si convince di “documentare la realtà”.
Di “testimoniare”.
Di “fare informazione”.

Ma mentre tutto questo accade, qualcuno resta solo.

Si chiama eroismo ciò che dovrebbe essere semplice umanità: intervenire, fermare un’aggressione, non restare a guardare.

Ma la responsabilità non si ferma al singolo.
Perché questa trasformazione dello sguardo non nasce nel vuoto.

La televisione, i media, le piattaforme digitali hanno costruito nel tempo una grammatica precisa: ciò che accade diventa “notizia” solo se è visibile, immediato, riproducibile. Il dolore non basta più: deve diventare immagine. E l’immagine, a sua volta, entra in un flusso continuo insieme a tutto il resto.

Così si crea un cortocircuito silenzioso. Da un lato si condanna la spettacolarizzazione della sofferenza, dall’altro la si alimenta continuamente, perché è proprio quella che cattura attenzione, ascolti, clic. Anche senza volerlo, anche solo inseguendo la velocità della cronaca.

Il risultato è un’abitudine collettiva: osservare invece di comprendere, registrare invece di intervenire, consumare invece di elaborare. E dentro questa abitudine, il confine tra informazione e intrattenimento si assottiglia fino quasi a sparire.

In questi giorni è circolato un video legato a una vicenda di cronaca, ripreso da telecamere di sorveglianza. Immagini fisse, prive di intervento umano, che registrano una scena di violenza estrema nella sua sequenza integrale.

Non c’è mediazione, non c’è racconto, non c’è filtro: solo la registrazione automatica di ciò che accade, così com’è, senza la distanza che normalmente appartiene allo sguardo umano o alla costruzione del racconto.

Ed è proprio questa neutralità apparente a rendere tutto più spiazzante. Perché non si tratta di immagini pensate per essere viste, ma di immagini che nascono per essere archiviate, e che invece entrano improvvisamente nello spazio pubblico, nello stesso flusso in cui scorrono contenuti quotidiani e ordinari.

E così anche lo sguardo cambia natura: non più quello di chi osserva per comprendere, ma quello che si trova esposto a una realtà già fissata, già accaduta, già irreversibile.

La domanda è anche un’altra: cosa avremmo provato vent’anni fa, davanti a immagini di questo tipo? Probabilmente uno shock immediato, un rifiuto istintivo, una distanza netta tra lo sguardo e ciò che non si era abituati a vedere.

E cosa proviamo oggi, invece, quando i nostri sguardi sono continuamente attraversati, quasi sommersi, da immagini di violenza, di dolore, di eventi estremi che arrivano senza filtri e si affiancano a tutto il resto del flusso quotidiano?

Forse il punto non è solo cosa mostriamo.
Ma ciò che abbiamo imparato a guardare senza più spaventarci, senza indignarci, senza rabbrividire, senza ricordarci che ciò che abbiamo davanti è realtà, non soltanto immagini che scorrono su uno schermo, ma vite.

Antonello Rivano

Antonello Rivano è direttore/coordinatore della Redazione Nazionale di Polis SA Magazine. Giornalista, scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.

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