Sab. Apr 17th, 2021

La dissolvenza della memoria, riflessioni in un libro di Sara Carbone

Intervista a Sara Carbone, l’autrice di “la dissolvenza della memoria” (Mazzanti Libri ME): “lo stile di un libro storico non deve prediligere mai solo la ricerca o solo il racconto. Mi piace pensare a una felice simbiosi.

Di Stefano Pignataro.

Per molto tempo, studiosi e letterati hanno lasciato esclusivamente al piano storico la questione immigrazione ed emigrazione, fenomeno che, nel corso di svariati decenni (in particolar modo dagli ultimi decenni dell’Ottocento) ha portato via svariati milioni di italiani dal nostro Paese verso altre mete estere, in particolar modo l’America.

Ciò che studiosi e italianisti hanno rimarcato in questi ultimi decenni è un’attenzione erudita ed attenta a variegate opere della Letteratura italiana che raccontano il fenomeno meticolosamente grazie alle storie da essi raccontate. 

Verga, Pirandello, De Amicis ma anche numerose scrittrici femminili anche contemporanee hanno dato il loro personale contributo e la loro visione a questo fenomeno che, soprattutto contestualizzato in piccoli paesi, riesce a fornire un quadro preciso di causa-effetto sul fenomeno migratorio anche in contesti temporali diversi.

Ad apportare un contributo di valore per l’erudizione della ricerca e la precisione metodologica di documentazione e racconto è la prof. Ssa Sara Carbone, docente di Discipline storico-letterarie presso Scuole statali di istruzione superiori, già vincitrice del premio “Dispatriati 2020” con il racconto inedito “La dissolvenza della memoria”, presentato venerdì 26 febbraio, tramite piattaforma zoom alla presenza dell’autrice in una presentazione organizzata  dalla Fondazione “Con il Sud”, il “Centro per il libro e la lettura” il “Ml-Mazzanti Libri” e la Biblioteca Digitale (Aggregazione ed inclusione sociale nella nuova Biblioteca di comunità”.

-Sara Carbone-

All’evento, coordinato dalla Responsabile del Progetto Biblioteca Digitale  Anna Maria Vitale, è intervenuto il prof. Toni Ricciardi (Universitè de Geneve) ed è seguito un dibattito con interventi organizzati dai gruppi di lettura.

“Riscontravo, in questo schock di natura culturale quale il fenomeno migratorio, un’esigenza di scrivere di loro anche se è stato davvero arduo mantenere una scrittura storica e coerente senza cadere nel coinvolgimento personale”, dichiara l’autrice.

Il libro nasce prima dal suo terzo viaggio in America, un viaggi che ha  contestualizzato  le sue memorie. Una descrizione, quella di Sara Carbone, che analizza gli anni della grande migrazione partendo dall’esperienza degli abitanti di Olevano sul Tusciano negli Stati Uniti, in partico

Sara, lei affronta un tema difficile, variegato e particolarmente attuale per la nostra storia contemporanea. Come ha affrontato stilisticamente la sua narrazione? Prediligendo maggiormente la ricerca storica o il racconto? O una felice simbiosi che è ciò che caratterizza una documentazione storica?

Se è vero, come sosteneva Federico Chabod, senza cadere nel relativismo, che ogni ricerca richiede un procedimento metodologico proprio, per cui non vi è un metodo storico che agisce come chiave passepartourt, penso sia altrettanto vero che lo stile di un libro storico non debba prediligere mai solo la ricerca o solo il racconto. Mi piace pensare a una felice simbiosi.

Del resto, proprio come nel lavoro di ricerca, è intervenuta a monte quella che Max Weber chiamava Filosofia personale dello storico, così, lo stile di scrittura impiegato procede da un forziere di letture tra Letteratura, Storia e Storiografia. Se, più nel dettaglio, mi si chiede di circoscrivere lo stile a un modello narrativo preciso che apprezzo, senza dubbio-

Le rispondo che mentre scrivevo, nell’impossibilità tuttavia di nascondere una forte carica emotiva, avevo in mente Heinrich Böll, le sue storie narrate che erano sempre insieme “documento e racconto”, storie di personaggi oscuri, spesso anonimi, immancabilmente destinati a essere travolti dalla storia. Così, le “gite nell’inquietudine” dello scrittore tedesco, diventavano modello per le mie incursioni nel complesso mondo dei migranti.

Lei racconta un’emigrazione che dalla Provincia è giunta a mettere radici nel nuovo Mondo. Quali sono state le cause principali di questa emigrazione di massa?

Come si accenna nel primo paragrafo del libro, “Uomini nella tempesta”, l’emigrazione di massa italiana, delle province meridionali in particolare, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino allo scoppio della Grande Guerra, fu il frutto di una serie di fattori concomitanti, non ultimo la mancanza, per lungo tempo, di una legislazione organica di vigilanza e di tutela che rese l’emigrazione del tutto spontanea e incontrollata.

Il Golini, nel suo studio “Uno sguardo a un secolo e mezzo di emigrazione italiana”, aggiunge al vuoto legislativo in materia, la crescente facilità, frequenza ed economicità dei trasporti oltre che la disponibilità di spazi immensi da popolare e di risorse oltreoceano.

Tuttavia, se si tiene conto del profilo del migrante italiano meridionale fra Otto e Novecento, si fa presto a comprendere come la causa principale fosse la presenza nelle nostre province di un ampio surplus di popolazione agricola, scarsamente qualificata, la cui offerta, sul mercato del lavoro, eccedeva largamente la domanda.

La confusa situazione postunitaria, una scarsa attenzione della classe dirigente di allora al mondo rurale meridionale e altre situazioni pregresse ingigantitesi col presente avevano generato questa sovrabbondanza di contadini privi di collocazione. 

Tutte le figure maschili di migranti ne “La dissolvenza della memoria” sono braccianti agricoli più o meno consapevoli, con scarso se non inesistente grado di istruzione, destinati a un mondo di stenti se non alla fame. Emblematica l’espressione usata dal migrante Ciro (Poppiti) che, per offrire, più tardi, al figlio una valida spiegazione della sua scelta di trasferirsi in America, affermò: “Fame ieri, fame oggi, fame domani. Non era cosa”.

-La grande migrazione italiana in America-

La Letteratura dell’emigrazione è molto ricca di romanzi, racconti e pagine che narrano 150 anni di storia letteraria attraverso autori celebri. Nel corso della Sua ricerca, Le è capitato di confrontarsi anche con la letteratura?

Mi sono confrontata e mi confronto con la Letteratura dell’emigrazione non solo nel corso della ricerca ma per lo stesso lavoro che svolgo in qualità di docente di Letteratura oltre che di Storia, e, devo dire, che quello della Letteratura dell’emigrazione sarebbe un discorso davvero lungo e degno di spazi più ampi.

Se ci stiamo riferendo ad autori del panorama letterario italiano attenti al fenomeno migratorio, come si fa a non incontrare sul proprio cammino Giovanni Pascoli e il suo poemetto capolavoro dal titolo “Italy” in cui la conseguenza culturale della migrazione si riversa sul linguaggio, oppure Cesare Pavese e il personaggio di Anguilla, il trovatello delle Langhe piemontesi che, dopo aver vissuto per molti anni in America, torna in patria alla ricerca delle sue origini. “Il lungo viaggio” di Leonardo Sciascia è la stigmatizzazione letteraria del viaggio e del dolore del migrante nonché delle speranze spesso disattese e delle amare delusioni cui andava incontro.

Se poi per Letteratura d’emigrazione Lei intende anche autori d’oltreoceano che, in questo caso, si sono interessati di immigrazione, proprio nel libro ho citato il capolavoro teatrale di Arthur Miller, “Uno sguardo dal ponte”, in cui gli Italiani “pala e piccone” sono incarnati dai personaggi di Eddie Carbone e dal cugino clandestino, il bordante Rodolfo.

Ma c’è una letteratura di emigrazione/immigrazione sulla quale quasi mai si puntano i riflettori ossia la Letteratura italiana negli Stati Uniti, la Letteratura prodotta dai migranti. Mi riferisco al poderoso sforzo in tal senso, compiuto dal Durante che nella sua storia della letteratura, dal titolo “Italoamericana” ferma sulla pagina voci autorevoli. Penso a Gaetano Conte, autore di “Dieci anni in America”; Rocco Corresca dalla cui penna scaturisce il racconto “La biografia d’un lustrascarpe” oppure ad Alberto Tarchiani con il suo “Né stranieri, né americani”.

Non escludo autori di opere teatrali in americanese come Giovanni De Rosalia con “Nofrio al telefono” o Eduardo Migliaccio, originario di Cava De’ Tirreni ed emigrato a 15 anni a New York, più noto come Farfariello, e il suo “’O spuorto ‘e Mulberry Stritto”. Anche leggere di “lu polisso” (the policemen) o dello “sciù – mecco” (lo shoemaker) è leggere de La Merica come la vedevano i “cafoni” contadini meridionali approdati sulle coste dell’Atlantico agli inizi del secolo scorso.

Vi è un personaggio che ha destato maggiormente la Sua curiosità?

Sono legata a tutti i personaggi di cui ho scritto, in modo quasi pirandelliano, da un senso di profondo coinvolgimento empatico, quasi di appartenenza per cui la scelta di uno rappresenta emotivamente una sorta di tradimento verso gli altri.

Tuttavia, non per una questione di curiosità maggiore, penso che uno di essi incarni appieno l’esperienza terza di cui il migrante è espressione. Maria Giuseppa Volzone è figlia dei migranti italiani Giovanni Volzone e Angelina D’Alonzo. Maria Giuseppa in famiglia, Josephine per la società, reca già nel doppio nome, con il quale la chiamano i familiari e gli estranei, il significato di quello shock culturale e identitario cui si sottopone il migrante per cui Maria Giuseppa e Josephine sono la summa del passato e del presente/futuro del migrante che continua a vivere in un altrove mai concluso.

La nascita in Italia, durante uno dei viaggi in madrepatria dei genitori, ne fa una figura singolare, a metà strada fra la migrante vera e propria e l’Italian- American di prima/seconda generazione. Una delle sue tre figlie che ha contribuito molto a delineare questa figura ha affermato che tutti gli slanci e i comportamenti di sua madre sono stati il riflesso, le influenze di due mondi: ora pesava su di lei l’essere stata educata in una comunità italiana; ora si facevano più prorompenti la cultura e le influenze della più ampia comunità americana in cui viveva.

Interessanti sono le considerazioni che Catherine continua a fare di sua madre quando dice che le alterne influenze delle due culture contrastanti erano spesso sintomo di ricchezza per la madre e molte altre volte di stress e confusione; la sua parte italiana e quella americana non avevano mai trovato un compromesso definitivo in lei.

E così, mentre è costretta a lasciare la scuola fra i 13 e i 14 anni perché la famiglia ha bisogno di denaro e si impiega come commessa all’Hoy’s 5&10, un negozietto di merce varia a basso costo, di immergersi a pieno titolo nella folla all American ne fa un punto d’orgoglio e ingaggia una serie di battaglie culturali personali per cui oggi è annoverata fra i fondatori della Wilmington Opera Society, (oggi Delaware Opera) una delle più antiche compagnie operistiche professionali negli Stati Uniti.

Facendo le adeguate differenziazioni tra contesti culturali e storici, oggi è ancora possibile attuare un parallelo tra emigrazione ed immigrazione Italia- America?

Ahimè l’Italia, nel giro di un decennio, secondo gli ultimi dati Istat ed Eurostat, torna a essere Terra di emigrazione. Una popolazione giovane e relativamente giovane tra i 18 e i 35 anni tenta, nuovamente, fortuna all’estero. Tuttavia, sebbene gli States continuino ad esercitare il loro fascino, non compaiono più ai primi posti tra le mete ambite dai nuovi migranti.

In linea con quanto è cominciato ad accadere nel corso della Terza migrazione, a partire dal secondo dopoguerra in poi, la preferenza per le mete extraeuropee è in netto calo. Londra è la nuova Ellis Island e il Regno Unito è seguito da Germania, Francia, Spagna e Svizzera. Gli Stati Uniti scendono notevolmente nella classifica attestandosi anche dopo il Brasile.

Quel che è indubbiamente vero è che la “fuga di braccia” di allora e diventata la “fuga di cervelli” di oggi. Già venti anni fa, la prima Conferenza degli italiani nel mondo (settembre 2000) rivelava che negli Stati Uniti risiedevano circa 6000 ricercatori italiani per i quali si rendeva opportuno individuare adeguate politiche di rientri e di reinserimento in carriera in Italia per evitare che questa straordinaria risorsa fosse definitivamente perduta per il paese.

Questi dati, confermano che, al di là del fatto che la fuga all’estero continui, si tratta di migranti di tutt’altro profilo rispetto ai wops del secolo scorso. Oltre il 50 % di chi lascia il Belpaese è di sesso maschile, in linea con quanto registrato nelle tre ondate migratorie dall’Unità d’Italia alla migrazione degli anni Settanta del secolo scorso. Oltre la metà di coloro che emigrano, possiede un titolo di studio medio alto e, con il passare del tempo, tale percentuale aumenta.

Un dato interessante, a mio avviso, riguarda le donne. Oggetto privilegiato della mia ricerca, le donne italiane, nel Paese d’arrivo, si erano caratterizzate quasi sempre per la loro “capacità di tenere insieme” ossia di “ricreare all’estero” la dimensione familiare e comunitaria del paese di partenza. Raramente ambivano ad impieghi di ordine intellettuale. Oggi, tra i cervelli in fuga, il primato in termini di percentuale, di migranti con titolo di laurea spetta alle donne.

Stefano Pignataro

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