Il 22 e 23 giugno prima edizione del Festival Cul-TURE d’@amare!
Al via il primo festival da Pegli al Mediterraneo: tutto il programma, da visionare e scaricare, in JPG E PDF
La perdita della memoria, delle lingue dialettali, la mancata attenzione verso le tradizioni locali (sedimentati in leggende, nomi, riti, calendari, saghe, feste popolari, canti, ordinamenti urbanistici, figurazioni della morte) o dei lavori tipici, rischia di far dissolvere il trascorso e la storia dei nostri territori, comportando la perdita di un tesoro culturale immenso. Senza volere ovviamente alimentare anacronistiche nostalgie di un passato ormai trascorso, ma in un mondo che sta attraversando un periodo di profonda recessione e nel quale la comunità umana, probabilmente mai come prima, si interroga sull’importanza di certi valori moderni, il culto della tradizione e di semplici e genuini valori assurge a sorgente vitale di senso e di spirito per uno sviluppo più equilibrato della società del domani. Le tradizioni sono usanze, consuetudini, comportamenti, leggende, proverbi, tutto quel patrimonio di saperi, che connotano l’evoluzione antropologica di un gruppo sociale; rappresentano quel collante, intragenerazionale e intergenerazionale, che “identifica” l’appartenenza dell’individuo a una “unica” comunità sociale, di cui condivide le origini e il patrimonio valorial-culturale; al contempo “cementificano” l’appartenenza di un popolo alla sua terra e alla storia che l’ha caratterizzata, che l’ha resa unica. La conoscenza, la valorizzazione, la diffusione della letteratura popolare, delle poesie, delle opere teatrali, specialmente di quelle in vernacolo, possono essere definite “fonti di insegnamento e guida” rivelatrici delle dimensioni vere della saggezza e del frutto di esperienza provenienti da un passato veramente vissuto. Nell’epoca del progresso tecnico e di una cultura orientata, forse troppo spesso ciecamente, a una frenetica e costante crescita economica, è doveroso provare a svolgere un’azione di preservazione e valorizzazione della preziosa identità culturale, delle tradizioni e dei valori che hanno accomunato la vita dei nostri territori. Conservare i nostri paesaggi, unici per il loro carattere variegato, non può esimere dal “preservare e valorizzare” la cultura popolare che quei paesaggi ha reso vivi, connotandoli come “luogo della memoria” delle vite trascorse dei “nostri vecchi”. La figura del “vecchio”, per esempio, quale depositario di sensatezza e di ponderatezza, ebbe un ruolo di primo piano nella famiglia patriarcale. Decadde da questo suo ruolo e fu emarginato, quando si ritenne che non avesse più nulla da dire in una società tecnologicamente e socialmente trasformata, senza tenere in considerazione che vi sono settori di attività nei quali l’intelligenza e la creatività dell’uomo prevalgono sul dilagante dominio delle macchine e, per ultimo, anche dei computer che, purtroppo, ubbidiscono solo alla cultura del profitto; alla crisi delle tradizioni, hanno concorso diversi fattori, quali le rapide trasformazioni di una società costantemente in evoluzione, l’individualismo, l’intellettualismo e gli influssi estranei di altre culture e civiltà. Generalmente accettate dai più acriticamente e, talvolta, senza un consapevole riferimento al contenuto storico in cui sono
maturate, leggende e tradizioni, vanno riscattate dal dimenticatoio, ove sempre più spesso vengono abbandonate, e vanno valorizzate come strumento di conoscenza e “ritorno” ai valori dello spirito, ai valori morali, che contribuiscono alla costruzione di una società più equa e giusta. Si tratta di valori tanto più necessari nella società attuale, per il fatto che essa, disponendo di mezzi formidabili e talvolta incontrollabili, deve mostrare ancora più coscienza e responsabilità nell’uso degli stessi. A questo punto, sarebbe troppo facile offrire una proposta di rimedi consistente nel richiamare alle rispettive responsabilità la comunità in genere, la famiglia, la scuola in particolare… Il recupero di questi valori è un processo lento, che deve partire da un risveglio spirituale, da una verifica introspettiva delle coscienze, da una ricerca di nuovi rapporti umani, basati sull’amore e sull’umiltà; esse, allorché rispolverate e adattate opportunamente alle attuali esigenze, continueranno a far da ponte tra un passato importante e un futuro in divenire, attore di una ripartenza responsabile dei nostri territori. In tale ottica, la sacralità delle tradizioni va interpretata come riscoperta di quelle “buone prassi”, che sono parte essenziale del patrimonio morale ricevuto dai nostri avi, di cui siamo chiamati a essere garanti e difensori, trasmettendone i contenuti alle donne e agli uomini del domani già presenti.
Antonia Pannullo
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